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Pensieri di p. Lombardi: |
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Se gli storici non amano la geografia |
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oltre a una costruzione nel tempo
la storia è un'esperienza da ripensare a partire dai luoghi
SE GLI STORICI NON AMANO LA GEOGRAFIA
di Antonio Gnoli
Gli storici non amano lo spazio. E una nozione invisa a
questacategoria di navigatori del tempo dedita per lo più a costruire
cronologie e successioni di eventi. Gli storici non amano la geografia,
non amano gli oggetti e i luoghi che la compongono, presi come sono a
valutare e a interpretare la durata di un evento attraverso il tempo.
Forse lo spazio è stato il nemico degli storici, come pensava Braudel, ma è possibile farne a meno? Se lo chiede Karl Schloegel con Leggere il tempo nello spdzio (edito da Bruno Mondadori, pagg. 320, euro 24), un libro che riabilita le virtù dello sguardo e del movimento. E polemicamente sottolinea la cecità di quegli studiosi che hanno perso di vista il teatro degli eventi. La loro rappresentazione più che la durata. Insomma gli storici consultino di più le carte geografiche, studino lo spostamento dei confini e le trasformazioni delle città, leggano gli antichi orari ferroviarie i veccchi Baedeker, si informino sulla struttura dei cimiteri e sulle topografie dell'orrore, i gulag e i manicomi, si confrontino con la geopolitica. Solo così creeranno narrazioom adeguate.
Ma perché mai lo storico dovrebbe avere paura dello spazio? Schloegel avanza una spiegazione che sembra più una reazione psicologica che di metodo. E ha a che fare con 1'esperienza del fascismo e del nazismo che amplificarono le loro idee espansionistiche rivendicando "lo spazio vitale". Teorici della razza, ideologi senza scrupoli, mestatori del pensiero, ma anche raffinati giuristi, valorizzarono la nozione di spazio come affermaazione dell'identità di un popolo, di una nazione, di un destino. E ciò ha indiscutibilmente pesato sulle sue sfortune succcessive. Su quella che agli occhi di Schloegel è stata una rimozione vera e propria.
Ho l'impressione che questa vicenda riguardi più la Germania segnata dal famigerato Blutundboden (sangue e suoolo) che non il resto dell'Euroopa. Ma dopotutto Schloegel è tedesco e si capisce perché egli rivendichi in positivo una genealogia del pensiero spaziale che fu molto distante dai deliri espansionistici degli storici nazisti. Le fonti degli storici - egli ci dice - non sono più solo i documenti di archivio, ma quell'immensa distesa geografica che tutto ricomprende dagli oggetti agli uomini, dalle città ai monumenti, dai lager agli ospedali, dai treni alla toponomastica. Come agire, come orienatrsi in quyesta selva di segnali? Schloegel ha un modello al quale rifarsi: Walter Benjamin che di mestiere non fece lo storico, ma certamente come pochi fu incuriosito dal tempo e dallo spazio.
Quando Benjamin scrive i Passagen tra le tante idee acutissime che elabora c'è quella che lo spazio (soprattutto metropolitano) anziché essere il luogo della banalizzazione della coscienza dà vita a una nuova identità che coinvolge tanto la folla, quanto l'individuo. Un boulevard, un cinema, un palazzo di esposizioni, una piazza sono per la folla luoghi di appuntamento e di meraviglie, dove si traffica e si sogna. Anche per il singolo lo spazio urbano riveste una qualità fluida. A differenza della folla, il singolo non ha mete precise, non ha obblighi disciplinari, egli è un flaneur che per conquistare lo spazio deve perdere il suo tempo. La sua veduta improduttiva del mondo ha dietro Baudelaire con la sua malinconica reazione alla modernità. Tra le ragioni dello Spleen (una specie di luce diurna più triste della notte), Baudelaire annovera lo spazio violento della città, che il XIX secolo ridisegna secondo geometrie tutt'altro che fortuite.
Ma in fondo lo Spleen è per l'artista ciò che la malatttia mentale è per il diverso: due modi differenti e contigui di abitare lo spazio. Un certo spazio. Isterie, nevrosi, paranoie, depressioni hanno bisogno di luoghi che ne contengano e ne oscurino il potenziale eversivo e imbarazzante. Con l'Ottocento si assiste all'affermazione dello spazio manicomiale. Ma al tempo stesso il secolo non rinuncia al progresso e alla velocità: i treni coprono distanze impensate. L'orario ferroviario diventa lo strumento senza il quale, annota Schloegel, la scontata routine della nostra intera civiltà giungerebbe alla paralisi nel giro di brevissimo tempo». Se non ci fosse regnerebbe l'improvvisazione. Ma la sua esistenza o, meglio, la sua lettura - con le sue tabelle, i suoi elenchi di numeri - come cronaca delll' assoggettamento, dello spazio, riduce una porzione di mondo un libro. Non è un romanzo, ci dice Schloegel, ma un testo la cui regia è affidata al più severo dei padroni: il tempo.
L’orario ferroviario è parente prossimo del Baedeker la cui funzione non è tanto quella di disciplinare lo spazio, ma informare sui suoi contenuti: gli alberghi, le strade, i ristoranti. l Baedeker riflette le consuetudini, i gusti e le esigenze di una classe (la bùrghesia) sempre più mobile. Essa accende i propri sogni e realizza i propri desideri di evasione grazie anche al Baedeker.
Tutto quanto concerne lo spazio è dunque riconducibiile a una forma di rappresentaazione di cui la cartografia è il primo tra i vertici, mentre il più recente sono i "non-luoghi" descritti da Marc Augé. È stato Peter Sloterdijck – attraversop quel libro densamente mirabile che è Sfere (una parte pubblicata dall'editoreMeltemi) - a fornirci una delle prime chiavi con cui la modernità sibila la potenzà dello spazio. Sotto un certo aspetto, scrive Sloterdijck: «La storia dell' era moderna non è altro che la storia di una rivoluzione spaziale orientata verso l'esterno».
Le più recenti teorie della globalizzazione sono in realtà la coazione a ripetere di una scena che sì svolge all'alba del Cinquecento, quando cioè la terra si fa in qualche modo globo, quando lo sgnardo volge permanentemente al fuori. E “fuori” signifìca che oltre la terra c'è il mare. Nell’età delle scoperte geografiche nasce l'opposizione fra terra e mare, descritta mirabilmente da CarI Schmitt. Sloterdijck ne riprende il tema; lo amplifica nella convinzione che il nuovo spazio prelude al passaggio dal pensiero della terra al pensiero oceanico. A un pensiero, cioè, che ama il rischio e non vuole confini.
Siamo alle origini della grande modernità, quando conquistare lo spazio è altrettanto importante che guadagnare tempo. Ma dopo cinque secoli non siamo più così sicuuri che quelle conquiste abbiano fornito solide argomentazioni ai fautori del progresso civile L'Europa è cambiata, l'Occidente si interroga sul proprio ruolo. E l'idea stessa di spazio sembra farsi più incerta. Come osserva Schloegel, andrebbe ristudiata da capo. Terra, mare e aria sono protagoniste di nuovi drammi: piovono bombe dall'alto, muoiono soldati in terre lontane e sul mare assistiamo alle tragedie del popolo invisibile dei dannati che, attraverso barche e gommoni, cerca in un altro spazio quel futuro che n(on ha avuto in casa propria. (Repubblica 21.9.2009)
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