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Pensieri di p. Lombardi: |
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Dal mercato capitalistico al mercato civile |
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E si accorsero di essere nudi» è un tema «challenging» che sfida. È interessante l'interpretazione che sant'Agostino diede della frase scelta come titolo del Corso di studi: dopo il peccato originale Adamo ed Eva si accorgono di essere nudi e «si vergognano»; il testo biblico non dice «si sentono in colpa». La civiltà della colpa verrà dopo. Per sant'Agostino la vergogna è sempre legata alla dimensione della vulnerabilità. In altre parole noi ci vergogniamo quando scopriamo che siamo vulnerabili (una vulnerabilità fisica o spirituale o di altro tipo). Questa è la ragione per la quale fino a tutto l'Alto Medioevo, cioè fino all'XI secolo, il peccato capitale fondamentale è stato considerato la superbia, perché da un atto di superbia arriva la disobbedienza e dalla disobbedienza, appunto, la scoperta che si è nudi, vulnerabili e quindi incapaci di provvedere a ciò di cui si ha necessità. Durante la stagione dei Padri della Chiesa e dell'Alto Medioevo questo è un tema ricorrente: la superbia è il primo dei peccati.
L'avarizia peccato fondamentale
Successivamente, il primato dei peccati va all'avarizia. Come mai avviene questa inversione? Una ipotesi è la seguente: con l'XI secolo si ha il cosiddetto risveglio dell'Europa, cambia l'organizzazione sociale ed economica della società. La rivoluzione commerciale inizia in questa età: i mercanti, i commerci, i traffici, le innovazioni tecnologiche, l'aumento di produttività dell'agricoltura. Tutto questo cambia il modo con cui la società concepisce se stessa e le relazioni interpersonali. E allora non è casuale che il peccato capitale, da cui derivano gli altri, diventi l'avarizia e non più la superbia. L’avarizia si manifesta in quelle forme che noi abbiamo un po' dimenticato ma che per molti secoli hanno caratterizzato la storia dei nostri progenitori: usura, simonia, accumulazione di beni a scopi non produttivi. I teologi dell'epoca (la riforma di papa Gregorio VII, il Decretum Gratiani del 1140 in cui si dà una definizione di usura condannando l'usura, che non consente alla ricchezza (tutto ciò che serve a soddisfare i bisogni umani) di circolare. Nel XII secolo si verifica quella ripresa di temi che già i Padri della Chiesa avevano elaborato nel IV e V secolo. Tra essi san Basilio, vescovo di Cesarea, nel 370 pubblica una omelia "Sul buon uso delle ricchezze». Basilio dice che la ricchezza è come l'acqua del pozzo; se non si attinge l'acqua dal pozzo, l'acqua dopo un po' imputridisce; se la si attinge, l'acqua disseta, irriga i campi e allo stesso tempo la sorgente la rigenera. Se la ricchezza rimane nei monasteri (allora i monasteri erano la struttura socio-economica fondamentale), rischia di imputridire. Lavaro è chi accumula la ricchezza e la tiene per sé, non la fa circolare. Basilio fondò Basiliade, la prima cittadella della carità, il primo modello di organizzazione economica alternativo rispetto alle condizioni dell' epoca (IV secolo). Con l'XI secolo l'avarizia è il peccato per eccellenza perché è il peccato di chi pecca contro gli altri: l'avaro identifica l'essere con l'avere; dice "io sono ciò che ho»; identificando la propria essenza con la ricchezza la sottrae inevitabilmente agli altri. In particolare chi svolge una riflessione in questa linea (importante ai fini degli sviluppi successivi) saranno i Cistercensi.
L'imbarazzo della ricchezza
I Cistercensi si richiamano allo spirito originario della regola benedettina: i monaci devono lavorare e devono mangiare quello che è frutto delle loro mani (lavoro manuale nei campi), senza togliere nulla alla preghiera e alla meditazione. Nel giro di poco tempo i Cistercensi diventano ricchi, perché tutti si mettono a fare donazioni ai Cistercensi. Il risultato fu un paradosso, ciò che gli storici hanno chiamato "l'imbarazzo della ricchezza»: i Cister-censi che avevano impostato la loro vita sulla base di un rigore, in ottemperanza allo spirito originario della regola di Benedetto e della regula magisteri, paradossalmente si ritrovano ad avere un'abbondanza di ricchezze (le innovazioni tecnologiche applicate alla coltivazione dei campi determinano un aumento di produttività; i monaci conducono una vita sobria, cioè consumano poco; aumentano le donazioni).
In questa situazione i Cistercensi vanno in crisi: non sanno cosa fare di questa ricchezza. Chi raccoglie questa sfida è Francesco di Assisi, soprattutto i francescani, che nel XIV secolo daranno vita all' economia di mercato: per risolvere !'imbarazzo della ricchezza diventa necessario farla circolare; la ricchezza non doveva restare nei mona-steri, perché erano separati dalla città (era la gente che andava nei monasteri). Nasce così l'idea degli ordini mendicanti (Francesco e Domenico): i monaci decidono di andare nelle città a donare la Parola e gli aiuti. Con lo sviluppo delle città (epoca comunale) la ricchezza comincia a circolare.
Bisognava inventare un'organizzazione economica, un modo di organizzare la vita associata tale che la ricchezza fosse sempre prodotta e sempre distribuita, fosse distribuita per essere prodotta. Se la ricchezza io la partecipo, la distribuisco, io la posso ricreare. E una idea rivoluzionaria; nessuno l'aveva avuta prima di Francesco. Il modo migliore per produrre ricchezza, per generarla è di distribuirla. Ecco perché a partire dall'XI secolo l'avarizia diventa il peccato fondamentale.
Ecco perché Francesco opta per la povertà volontaria. La povertà volontaria non è la miseria; la miseria è segno del peccato. La miseria abbrutisce l'uomo, induce al peccato.
L'economia di mercato in funzione del bene comune
L’economia di mercato è una invenzione francescana. Questa verità non viene riconosciuta dagli storici e l'economia di mercato viene identificata con una particolare forma di mercato, quello capitalistico. L’economia di mercato ai giorni nostri viene così associata all'economia capitalistica.
Gli stranieri come Serge Latouche fanno l'errore di considerare l'economia di mercato come il capitalismo, pertanto considerano negativamente l'economia di mercato perché portatrice di tutti i mali prodotti dal capitalismo. Bernardino da Siena, Bernardino da Feltre, Matteo Palmieri e tanti altri, Leonardo Bruni hanno pensato all'economia di mercato in funzione del bene comune, come continua ridistribuzione della ricchezza. Ecco perché l'avarizia, in tutte le sue forme, viene condannata. Cinque Concili della chiesa cattolica si sono occupati di condannare l'usura; una miriade di Bolle e di documenti pontifici, perché l'usura viene vista come il meccanismo che impedisce quella ricreazione e trasformazione della ricchezza. Lobiettivo del fare economico è il bene comune, il bene di tutti gli uomini (anche quelli meno dotati) e di tutto l'uomo in tutte le sue dimensioni (materiale, culturale, spirituale). Non era compatibile con il bene comune una organizzazione economico produttiva che aumentasse solo la dimensione materiale e non badasse anche alle altre dimensioni.
Quando l'avarizia diventa virtù
Le cose cambiano con Machiavelli. Con l'inizio del 1700 l'economia di mercato, che è mercato civile (legato cioè alla polis), diventa mercato capitalistico. La rivoluzione industriale da un lato e la rivoluzione scientifica cambiano i termini della questione: l'obiettivo dell'economia di mercato non è più il bene comune ma massimizzare il bene totale. Il bene totale è la somma dei beni individuali. La corrente filosofica che chiarirà tutto questo è l'utilitarismo di J. Bentham (1789). La tesi di fondo: organizzare la politica e l'economia in modo da massimizzare il bene totale. Non conta più il bene di tutto l'uomo (rimane solo la dimensione materiale) e di ciascun uomo: se io guada-gno più di te !'importante è che il mio guadagno aggiuntivo sia superiore a quello che tu perdi; pertanto io posso anche portarti via qualcosa. Se io, portandoti via la tua ricchezza, riesco a metterla a frutto (perché sono più efficiente di te) in maniera tale da ottenere un vantaggio che compensi il tuo svantaggio, io sono giustificato moralmente dal farlo.
La logica del capitalismo è questa: le risorse devono essere date nelle mani di chi è più efficiente, è più produttivo, chi è più capace di farle fruttare, perché in questo modo l'obiettivo della massimizzazione del bene totale viene raggiunto. A partire dal 1700 l'avarizia non è più un peccato, diventa una virtù. Gli stessi teologi non condannano più l'avarizia.
Questa tesi viene sostenuta da Bernard de Mandeville nell'opera La favola delle api del 1714; racconta di un alveare dove le api si comportano in maniera egoistica, ognuna per sé e funziona benissimo; un bel giorno l'alveare decide di cambiare modo di comportamento: l'ape regina impone a tutte di essere altruiste, attente ai bisogni degli altri. L’alveare va alla rovina. Il sottotitolo del libro di Mandeville è il seguente: Vizi privati Pubblici benefici; cioè bisogna che le persone siano viziose cioè avare; solo in questa maniera si può avere il benessere collettivo. Questo libro di Mandeville ha avuto un impatto inimmaginabile ed è ancora dominante nella cultura contempo-ranea. Per massimizzare il benessere totale bisogna dare le risorse in mano ai più efficienti e a chi ha più voglia di accumulare.
Nell' era della globalizzazione
Nel nostro ultimo quarto di secolo, con la globalizzazione e la terza rivoluzione ~ industriale (rivoluzione delle tecnologie ~ infotelematiche), l'avarizia torna ad essere il vizio capitale. Tre secoli di sviluppo capitalistico hanno certamente avuto il merito di accrescere il benessere individuale. Oggi però il capitalismo sta rivelando un volto di inadeguatezza, perché, soprattutto nei Paesi dell'Occidente avanzato e nei Paesi in via di sviluppo, le nuove povertà non si riferiscono unicamente alla «miseria» materiale, ma a fenomeni di irrilevanza economica, solitudine esistenziale, mancanza di tutti i beni che il modello di sviluppo capitalistico non è in grado di dare (beni relazionali o beni di gratuità).
Le disuguaglianze anziché diminuire aumentano. Da non confondere la povertà assoluta con le disuguaglianze. La povertà assoluta è di chi ha meno di 2 dollari al giorno; oggi i poveri assoluti nel mondo sono 800 milioni; 25 anni fa, prima della globalizzazione, i poveri assoluti erano 2 miliardi. La globalizzazione, dunque, ha diminuito la povertà assoluta. Ma ha aumentato i poveri relativi (la distanza che separa un gruppo sociale da un gruppo di riferimento), cioè la disuguaglianza.
La globalizzazione ha fatto esplodere le disuguaglianze. Secondo uno studio recente negli Usa negli ultimi venticinque anni, rispetto al secolo precedente, a partire dal 1975, sono fortemente aumentate le differenze tra ricchi e poveri. Un'economia come quell'attuale, basata sulle idee, è inerentemente più diseguale di un'economia basata sulla produzione delle merci. Nel 1970 la differenza negli Usa tra il più pagato e il meno pagato nelle industrie americane era 1 a 100; il più pagato prendeva 100 volte il meno pagato. Nel 2005 il rapporto è di 1 a 1000. La globalizzazione, rendendo globale il mercato dei capitali, ha creato quel fenomeno che si chiama «finanziarizzazione» dell'economia; oggi il mondo della finanza è diventato una macchina che aumenta le differenze. Nel mondo della finanza, se ho fortuna ed abilità, nel giro di 48 ore posso guadagnare miliardi di euro o di dollari.
La novità di oggi è che la ricchezza non è più legata necessariamente né al lavoro né alle macchine, ma a fattori relativi al modo in cui funzionano i mercati del capitale oppure è legata all'inventiva di soggetti i quali riescono a trovare il modo di produrre beni o servizi di grande utilità. Questo è il caso di Bill Gates, che non è diventato ricco giocando in borsa ma perché ha avuto l'idea, quando ancora era un giovane assistente universitario, di inventare la Microsoft. Nel giro di 20 anni è diventato tra i più ricchi del mondo. Ha messo a profitto un'idea. Oggi la produzione tende a favorire le idee. Questa economia non è sostenibile cioè non può durare, perché produce tre effetti disastrosi:
a) uccide la democrazia. Aristotele diceva che la democrazia presuppone una certa uguaglianza dei cittadini, perché i cittadini che si vedono allontanare le proprie aspettative di benessere dal gruppo di testa, non partecipano più al gioco politico e democratico.
b) produce conflitti di identità: se appartengo ad un gruppo sociale le cui possibilità di futuro sono progressivamente peggiorate, io perdo la stima di me stesso. Le persone emarginate non hanno la possibilità di affermare la propria personalità; le persone umiliate, cioè che vivono una condizione di indecenza, diventano violente. Umiliare le persone vuol dire farle sentire irrilevanti. Quando si persegue la logica del bene totale, chi produce meno degli altri diventa irrilevante. Il mobbing oggi è dominante: il tipo meno produttivo viene incentivato ad autoescludersi. Il mobbing ti fa sentire inferiore, facendoti entrare in un stato di depressione tale per cui o ti licenzi oppure ti metti in malattia e così ti togli di mezzo.
Pensiamo anche all'uso che si fa oggi della meritocrazia. Non bisogna confondere il principio del merito con la meritocrazia. Il principio del merito è sacrosanto. Aristotele nell'Etica Nicomachea dice che la meritocrazia è contraria alla democrazia. L'idea di base è che c'è posto soltanto per gli efficienti. Nel suo ultimo discorso pubblico del 29 novembre del 2004 il papa Giovanni Paolo II dichiara che «la discriminazione in base all'ef-ficienza non è meno disumana della discriminazione in base al sesso, alla religione e alla etnia. Oggi la nuova discriminazione avviene sul piano dell'efficienza». Questo alimenta il conflitto identitario.
c) perdita della possibilità di felicità. Per gli studiosi dell'economia della felicità l'aumento del reddito pro capite non corrisponde all'indice di felicità. Questo è il noto «paradosso della felicità». L'aumento unidimensionale del reddito impedisce di poter beneficiare dei beni relazionali. Esistono i beni di giustizia e i beni di gratuità. I beni di giustizia discendono da un dovere, tipicamente il dovere dello Stato. Sono necessari ma non ci bastano più. Però la nostra sete di felicità non può essere soddisfatta solo dai bisogni di giustizia, beni identificati con il Welfare State. Il Welfare State non può risolvere un problema di solitudine (il disagio giovanile, il disagio dell'anziano non autosufficiente ... ). Ciò che ci rende felici è l'altra categoria di beni, quelli di gratuità, beni che discendono non da un dovere ma da una 'obligatio' ('ciò che ci lega'), quel legame sociale che tiene assieme la società. I beni relazionali appartengono alla categoria dei beni di gratuità, cioè beni che vengono generati da un atto libero di gratuità. La felicità è la proprietà della relazione interpersonale. Per essere felici abbiamo bisogno di essere riconosciuti. Solo il volto di un altro mi può riconoscere.
Nell'ultimo quarto di secolo l'avarizia torna ad essere il vizio capitale. L'avarizia di oggi non è soltanto quella dell'usuraio. L'avaro oggi nega se stesso, il proprio volto all'altro. Ad esempio, l'avaro oggi è capace di dare 10 euro a chi gli chiede l'elemosina, ma non gli rivolge la parola. L'avaro è colui che si nega nel fornire i beni di gratuità. È colui che dichiara di pagare le tasse ma si rifiuta di fare volontariato. L'avarizia oggi ha delle forme più sottili e subdole rispetto al passato; perciò è più difficile sconfiggerla. L'avaro è colui che non si preoccupa dei problemi dei beni comuni, fra questi il più importante è l'ambiente. Distruggere l'ambiente è una forma di avarizia.
Ritornare a una economia delle origini
Che fare? I cinici si rassegnano. Cinico letteralmente vuol dire 'chi conduce una vita da cani'. Una forma di avarizia è il cinismo. Una forma estrema è il nichilismo. Ai cinici occorre ricordare quanto san Benedetto scrisse al suo confratello Girolamo (un po' cinico). San Girolamo, rassegnato perché l'impero romano stava crollando; decise di fare l'eremita nel deserto. Benedetto invece riteneva che in quel momento di grave crisi non si doveva scappare ma era bene impegnarsi per la ricostruzione della civiltà cristiana. Un'altra soluzione viene dagli studiosi che credono nella «decrescita economica» (Latouche) che io non condivido pienamente, perché egli vuol combattere un male con lo stesso male. Latouche sostiene che occorre bloccare lo sviluppo materiale. Ma io ritengo che con la decrescita economica non si possano combattere il senso di alienazione umiliazione disperazione della gente. La decrescita può peggiorare la situazione. Secondo me non è sufficiente correggere una mancanza con una mancanza di segno opposto.
Io ritengo, invece, che bisogna ritornare ad una economia delle origini, ad una economia di mercato civile. lo ritengo che si debba operare la trasformazione possibile dal mercato capitalistico al mercato civile. Il mercato civile non è il mercato darwiniano. Il mercato capitalistico è darwiniano, tende a premiare i più bravi ed emargina i meno efficienti. Questo non è accettabile. Il mercato civile include tutti, con diversità di ruoli. La soluzione che io avanzo è di tornare allo spirito delle origini, quando nacque il mercato, per risolvere l'imbarazzo della ricchezza, trovare modi per far sÌ che il circuito della produzione della ricchezza e della distribuzione non ristagni ed includa tutti. Questo vuoI dire rec~perare un modo diverso di guardare la realtà, cioè capire che soltanto se noi recu-periamo i bisogni profondi dell'umano (che sono soprattutto di natura spirituale) riusciamo anche a risolvere le inadeguatezze materiali.
Concretamente vuol dire diverse cose:
1. Contrastare la finanziarizzazione dell'economia con strumenti finanziari alternativi. I Monti di pietà sono stati inventati dai francescani. Essi hanno tagliato le radici all'usura. Oggi questo è possibile grazie alla finanza etica che intermedia il 20% delle transazioni a livello mondiale. Bisogna espanderla. Ieri l'altro la Conferenza episcopale francese ha fatto partire un fondo di finanza etica per consentire a diocesi, associazioni, movimenti di investire i loro risparmi in fondi gestiti con criteri etici.
2. Esistono anche forme di microcredito (premio Nobel per la pace Muhammad Yunus), che sono state inventate dai francescani del 1400.
3. Anche il commercio equo e solidale è uno strumento alternativo, ma in questo momento viene osteggiato dalle istituzioni giuridiche ed economiche. Il Ces è stato inventato da un prete olandese, economista e teologo; dopo un viaggio in Messico tra i campesinos ha pensato di fare qualcosa per loro, di introdursi nel meccanismo del mercato con intendimenti che non sono quelli del profitto ma del bene comune. Adesso il Commercio equo e solidale è in una fase di ristagno perché occorrerebbe che qualche Paese illuminato cambiasse le regole della distribuzione commerciale per consentire a chi opera in questo settore di rifornire la grande distribuzione. Le leggi attuali sulla concorrenza, soprattutto a livello europeo, non lo permettono. Nel mercato devono operare fianco a fianco senza discriminazione alcuna tipi diversi di impresa da quelle capitalistiche a quelle sociali (senza fini di lucro). Occorre intervenire a livello istituzionale affinché le imprese sociali possano accedere ai finanziamenti come quelle capitalistiche. Imboccare la strategia dell'economia civile vuol dire capire che i problemi di oggi non sono irrisolvibili, non possono però prescindere dalle motivazioni interiori delle persone.
Ritornando al titolo del corso «E si accorsero di essere nudi», all'inizio Adamo ed Eva provano un sentimento di vergogna, oggi noi proviamo un senso di colpa. Questo è un grande avanzamento. Quando si passa dalla civiltà della vergogna a quella della colpa, noi siamo vicini alla soluzione. La vergogna è il sentimento che si prova quando si viola una norma sociale di comportamento. La colpa è il sentimento che si prova quando sappiamo di aver violato una norma morale, che nel linguaggio cristiano è il peccato.
Risposte a domande dei corsisti
L'economia ha bisogno di regole. Le istituzioni sono le regole del gioco. L'errore che ci portiamo dietro è pensare che le istituzioni vengono dal cielo o che sono indipendenti dal gioco. Le istituzioni sono date, in quanto regole del gioco, dagli uomini stessi che devono giocare. Negli ultimi tempi abbiamo pensato che le istituzioni fossero altro. I cittadini devono, pertanto, vigilare sulle istituzioni. Nei prossimi tre o quattro anni gli statuti del Fondo monetario, della Banca mondiale, del Wto cambieranno. La crisi dei «surprise» è una prova del fatto che le Istituzioni prima citate non sono più in grado di regolare il gioco economico. Il parlamento inglese nel 2006 ha approvato una legge che riguarda l'assetto societario; stabilisce che i manager delle imprese quotate in Borsa sono responsabili nel loro operato di tutti i portatori di interessi (i lavoratori, i consumatori, l'ambiente, il territorio) oltre che degli azionisti. Per la prima volta una legge riconosce il limite del processo capitalistico, cioè quello per cui le imprese rispondono solo ai proprietari dei capitali (azionisti). Questa legge pone fine alla economia capitalistica, perché l'essenza del capitalismo è che il capitale governa le decisioni e chi è proprietario del capitale comanda.
Io sono ottimista. Io credo che nei prossimi anni saranno ridisegnate le regole del gioco. Noi cittadini dobbiamo vigilare sull'operato dei politici.
La «Carta Caritatis» del 1098, vera e propria continuazione e aggiornamento della precedente Regula Sancti Benedicti, è un documento prezioso. La Carta sancisce la sostituzione del termine elemosina con il termine «beneficentia», «fare il bene».
Chi fa beneficienza deve osservare tre regole di condotta:
1. Il bisogno di chi chiede aiuto deve essere valutato con intelligenza; quanto a dire che il benefattore deve sforzarsi di comprendere le ragioni per le quali il povero è tale. Non accade cosÌ nell'elemosina, dove !'identità del portatore di bisogni è spesso sconosciuta al benefattore, il quale ha tutto !'interesse a non volerla conoscere.
2. L'elargizione «deve essere nel giusto» - secondo l'espressione della Carta -; deve cioè essere proporzionata all'intensità e gravità del bisogno. Il benefattore, perciò, oltre a donare deve anche cercare di calibrare il suo aiuto per renderlo adeguato alla specificità del bisogno che si trova di fronte.
3. Chiedere a chi ha ricevuto l'aiuto di dare conto dell'uso che ne ha fatto.
Occorre rivedere la politica degli aiuti internazionali. La colpa dell'Occidente è stata sempre questa: andiamo in AfTica e portiamo elemosina (all'inizio portavamo le merci che noi rifiutavamo, poi abbiamo portato delle merci che distruggevano i mercati africani).
Stefano Zamagni
(testo ripreso dal registratore da Franca Cicoria, non rivisto dall'Autore)
Rocca 18/15.9.2008
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