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Pensieri di p. Lombardi: |
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EDB: C'č la speranza nella pastorale |
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EDB: UN VOLUME NATO DA UN CORSO DI AGGIORNAMENTO DEI DEHONIANI
C'È LA SPERANZA NELLA PASTORALE?
L'autore, teologo milanese, distingue la speranza dall'ottimismo.
Il metodo della "pastoral spiraI" nella linea della testimonianza.
Una lettura "sapienziale" di tre ambiti di Verona.
«A mio parere, il progetto della chiesa italiana in questione si collocava sullo sfondo dei due ultimi sinodi sull'Europa: il primo, del 1991, tenuto a ridosso della caduta del muro di Berlino del 1989, era un sinodo totalmente imbevuto di speranza; il secondo, del 1999, che ha avuto la sua conclusione in Ecclesia in Europa, era invece ormai segnato da un profondo offuscamento della speranza. L'attuale fase di stanca, ecclesiale e culturale, del mondo europeo è raccolta a Verona come una provocazione perché la chiesa italiana potesse rileggere se stessa nel suo rapporto con il mondo».
Con queste parole il teologo G. Colzani apre il volume dal titolo La speranza scelta pastorale della chiesa italiana, (1) che è il risultato di tre giorni di aggiornamento e di spiritualità, tenuti a Pietralba (BZ), ai dehoniani dell'ltalia settentrionale, a fine agosto 2007.
La speranza non è "puro" ottimismo.
A tema del corso vi era la nota pastorale dopo Verona "Rigenerati per una speranza viva" (lPt 1,3): testimoni del grande "si" di Dio all’uomo. Il teologo milanese non ha fatto un semplice commento, ma piuttosto una "libera" meditazione sul testo, con la «volontà di promuovere un'intelligenza critica delle situazioni con un'attenzione per il contesto sociale e culturale del nostro tempo».
Egli ha iniziato la riflessione, facendo una distinzione tra la speranza e l'ottimismo: se, a rigor di termini, «l'ottimismo è l'atteggiamento pigro di chi ritiene che le cose si aggiusteranno da sole«», quasi un modo "ingenuo" di guardare "oltre" i drammi dell'esistenza, questo modo di pensare è molto lontano dalla speranza: «Non è la storia a darci motivi di speranza, ma è la speranza a darci le ragioni per vivere dentro questa storia». In questa prospettiva, la speranza si oppone alla rassegnazione e all'abitudine, ma dev'essere completata dalla fede, dal momento che la stessa speranza «non illumina qualcosa che c'è, ma qualcosa che ancora non c'è e che però Cristo, con la sua morte e la sua risurrezione, rende possibile, permettendoci di farlo». Quindi, la speranza non è un "problema di conoscenza", ma di «apertura del cuore e di fiducia in Dio».
La nota pastorale, già nel titolo, lega la speranza alla testimonianza, intesa nel senso che «una persona comunica a un'altra non tanto quello che sa, ma quello che ha fatto chiarezza nella sua vita». Legando queste due dimensioni, l'episcopato italiano ha inteso «sviluppare la forza di novità di vita che la fede mette nella nostra esistenza, sia come speranza sia come testimonianza». Nel contesto della chiesa italiana, «non si tratta di prendersi cura di una fede che c'è ma, in larga misura, occorre far rinascere una fede che non c'è più». In questa luce - continua Colzani - si comprendono molte scene evangeliche, in cui «la fede scaturisce dalla vita e non dalla catechesi e riguarda persone che non conoscono nemmeno granché della fede israelitica, o, almeno, non lo mostrano». In qualche modo. dunque, la decisione di "affidarsi a Dio scatta molto prima dell’atto di ragione e di fede: «La scelta di mettere la vita nella mani di un altro avviene a ridosso dei segni in cui Dio opera: è attraverso questi segni che ci si decide a proposito di Dio».
Il metodo della "pastoral spiral".
La nota al n. 15 mette al centro dell'interesse pastorale la "questione antropologica", ossia la domanda su cosa sia e che cosa significhi "essere uomo", e la intreccia con la più ampia "questione della verità". Il fenomeno dell'attuale "crollo di un 'epoca cristiana" «può generare crisi, ma non impedisce il cammino di fede». Da qui la necessità di rivedere la metodologia pastorale: oltre al metodo della JOC (vedere. giudicare e agire) e a quello della lectio (che sfocia in un preciso impegno di vita), Colzani propone una terza forma presa a prestito dalle chiese dell'India: la cosiddetta pastoral spiral («si tratta di un procedimento di condivisione della vita, di esposizione-immersione in essa in base a una relazione di simpatia e partecipazione»), suddivisa in quattro momenti:
• ascoltare la realtà:
• una lettura contemplativa della realtà:
• l'analisi intelligente della vita
• il procedere a una pianificazione pastorale.
Il n. 12 della nota collega la testimonianza cristiana alla vita quotidiana delle persone: Colzani fa notare che «comunicare il vangelo è decifrare e animare questa quotidianità». Gli ambiti di Verona (la vita affettiva, il lavoro e la festa, la fragilità umana, la tradizione e la cittadinanza) ne sono una dimostrazione in quanto «esigono un atteggiamento complesso, in grado di tenere insieme vita spirituale, dimensione culturale e missione pastorale della chiesa». Tali ambiti sono l'''alfabeto'' che i credenti devono imparare a usare «se vogliono far entrare il vangelo in questa società».
Su tre ambii di Verona
Di questi ambiti Colzani ne prende in considerazione tre. Per quanto riguarda la tradizione, nell'immaginario comune tale ambito sembra essere il contrario della modernità - e quindi incapace di formulare stimoli per il presente o, comunque, fatica a farlo - mentre «la tradizione è un patrimonio simbolico di valori al cui interno prendeva forma l'identità delle persone». La tradizione incrocia la "questione educativa "; la nota richiama il ruolo della famiglia, della comunità cristiana e delle nuove realtà ecclesiali, rappresentate dalle associazioni e dai movimenti. Se prima l'identità ecclesiale era costruita attraverso le famiglie che svolgevano un ruolo di "catecumenato sociale". oggi «l'identità cristiana della massa sembra mantenuta più da alcuni incontri isolati - i santuari. i matrimoni e i funerali. l'amicizia - che da una programmazione catechistica e liturgica».
Per quanto riguarda l'ambito della cittadinanza. Colzani sottolinea il tema della città: in questi anni è avvenuto il passaggio dalla città come luogo che garantiva identità e si manifestava come un "serbatoio di opportunità" (là dove esistono palestre e musei, facilità di lavoro e ampiezza di proposte culturali) ad un luogo dove domina l'insicurezza e dove le periferie sono «incapaci di rispondere ai bisogni della vita e di sostenere il cammino delle persone». Di fronte all'interrogativo su quale "forma" le comunità cristiane riescono a dare alla vita cittadina delle persone che frequentano, il rischio da parte delle parrocchie è quello di inserirsi nella città in termini di "funzionalità", senza offrire un messaggio sull'intera vita: quindi, «spetta alla comunità cristiana imparare a leggere i bisogni umani e religiosi, per offrire un messaggio cristiano del modo di viverli e di rispondervi».
Per quanto riguarda l'ambito della comunicazione il fenomeno che si presenta oggi è quello di persone che fanno fatica ad incontrarsi e all'aumento del tasso di solitudine. Ecco perché la pastorale è chiamata ad essere attenta a quella comunicazione "non verbale" che esige la testimonianza della vita, anche senza passare attraverso le parole. Colzani sottolinea che «la vita dei sacerdoti, la vita dei cristiani parla più forte delle loro prediche o catechesi». Inoltre, è fondamentale la comunicazione "dialogica", intesa come la forma tipica della comunicazione tra adulti: «Poiché, almeno implicitamente, si riconosce il valore di ciascuno, della sua storia e della sua esperienza, diventa naturale parlare e ascoltare». Colzani fa notare che i preti «non sono molto abituati a parlare in modo dialogico: la loro funzione di maestri e di educatori li ha abituati ad avere una parola su tutto e, in qualche modo, a tenere sempre in mano il pallino del discorso». Anche per questo la comunicazione ecclesiale «deve considerare più seriamente l'interlocutore: appartiene ai discepoli di Cristo non solo l’ascoltare e l’obbedire, ma anche quel sensus fidei di cui parla il Vaticano II». In terzo luogo, la comunicazione della fede deve fare spazio anche ai dubbi e deve saperli valorizzare in un quadro di comunicazione più ampio, Colzani è convinto che «il dubbio è il patrimonio delle persone intelligenti che, proprio dubitando e superando i loro dubbi. procedono nella vita verso un più grande orizzonte di verità».
Le "scelte di fondo" del dopo Verona.
Infine, il teologo milanese pone l’attenzione al n. 4 della nota che ha un titolo che non lascia dubbi: "scelte di fondo",
Sono tre gli orientamenti che il convegno di Verona ha fatto suoi:
1) il primato di Dio nella vita e nella pastorale,
2) la testimonianza personale e comunitaria come forma dell"esistenza cristiana
3) e una pastorale che converga sull'unità della persona.
Si tratta di scelte decisive che l"episcopato italiano considera anche come "metodo di lavoro". Tali scelte ruotano attorno alla questione dell'identità della persona assunta nella vita cristiana. Il contesto culturale nel quale si muove la persona è quello della globalizzazione che la rende sempre più "consumatrice". L'attuale situazione è segnata da una tensione continua tra appartenenza globale e cammini particolari.
Da qui la scelta della chiesa italiana di un'opzione culturale (cf. nn, 13-16 della nota) che aiuti i credenti a interpretare la vita alla luce del vangelo, dando concretezza alla loro fede. Di fatto, «l’intreccio tra fede e cultura è tale che non è possibile sviluppare l’una senza l’altra». Tale "opzione culturale" ha bisogno dei laici: il n. 13 della nota chiede che l’elaborazione culturale venga curata e promossa «anzitutto nelle sue forme ordinarie e popolari», volte a coinvolgere tutti e partendo «dalle situazioni abituali dell'azione pastorale». Il rischio in questa logica è che ci sia qualcuno che pretenda di essere “tutta” la verità o di rappresentare la “totalità" del vangelo.
I nn. 17-19 della nota indicano un 'altra priorità: quella formativo-educativa, Se i vescovi rilevano per l’oggi un tempo «straordinariamente favorevole a nuovi cammini di fede» e indicano nella «sollecitudine per il bene dell’uomo e della società» il contributo della chiesa, la "formazione delle coscienze" è la vera possibilità che permette di stare nella società senza una totale omologazione, ma con una propria particolare identità. In questa prospettiva di carattere formativo, «resta da chiedersi conclude Colzani - se le nostre comunità non si siano lasciate dominare da una mentalità illuminista», dal momento che «il nostro catechismo ha un catechista, dei banchi di scuola, delle persone sedute ordinatamente che si vorrebbero attente e si riduce troppo spesso ad una scuola. ad una comunicazione di conoscenze». Ecco perché occorrono ancora di più persone "vangelo vivo tra gli uomini".
Mauro Pizzighini
Settimana 24/2008
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