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Pensieri di p. Lombardi: |
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Storia dell'esperienza spirituale del Gruppo Promotore |
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Pagina 11 di 18 Ecco una scelta di povertà. La comunione con la Chiesa e a servizio di essa esigeva di saper perdere e di accettare di morire, perché il frutto del lavoro del Gruppo rendesse viva la Chiesa. Si è creduto a quanto Gesù dice: chi perde la vita per me (per lui nel suo corpo che è la Chiesa) la ritroverà. Così, il Gruppo condannò se stesso ad essere una realtà numericamente insignificante e a far sì che le sue “proposte”, unitamente alla vita che da esse emergeva, divenissero “proprietà” della Chiesa. Allo stesso tempo, pur nella certezza di fede che la missione che radunava il Gruppo era permanentemente valida, la sua capacità di permanenza storica risiedeva nella sua fedeltà al dono ricevuto e nella creatività con cui avrebbe offerto rinnovate risposte alle necessità della Chiesa, per il mondo. Così, il Gruppo si costituì strutturalmente in condizione di debolezza e di fragilità, in un certo senso di “morte”, nella fede fiduciosa di “vivere”, di risorgere, in forza della parola di Cristo e della grazia della sua fedeltà. La seconda scelta fatta era relativa alla partecipazione dei membri. La situazione iniziale di collaborazione con p. Lombardi non era più adeguata ad un Gruppo che stava crescendo e aveva bisogno di assumere le sue responsabilità. Non che volesse sostituire lui, ma era arrivato il momento, pur nel rispetto del suo dono, di trovare modi di partecipazione più adeguati nella conduzione del Gruppo. Fu un momento non facile, ma che condusse alla decisione di un sistema di governo più rappresentativo e partecipativo, cosa che coincise con quanto i gesuiti ci chiesero. Ecco come si vissero altri due momenti della comunione. Questa si fa, si edifica, nella povertà e umiltà di far crescere l’insieme, l’altro, sapendo diminuire purché Cristo venga edificato nella sua Chiesa. Inoltre, la comunione non avviene se non nella e mediante la partecipazione. Due convinzioni iniziali che avrebbero portato a tante conseguenze, alcune pesanti perché si paga il fatto di apparire “piccoli” e “non potenti”, altre sfidanti perché esigono creatività in rapporto alle strutture e ai metodi di partecipazione e corresponsabilità.
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