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Pensieri di p. Lombardi: |
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Storia dell'esperienza spirituale del Gruppo Promotore |
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Pagina 2 di 18 2. La nascita di un Gruppo La convinzione della necessità del rinnovamento della Chiesa perché essa sia all’altezza del rinnovamento di cui il mondo ha bisogno, la ripercussione ed l’adesione che riscuoteva il messaggio e il moltiplicarsi del lavoro apostolico, imposero la nascita di un Gruppo, ancora oggi, del tutto originale. Fin dal inizio p. Lombardi pensò a un Gruppo, non al modo degli Istituti religiosi che nel passato erano stati i protagonisti del rinnovamento della Chiesa, ma che esprimesse al suo interno le diverse vocazioni ecclesiali: un gruppo in cui si esprimessero le diversità esistenti nella Chiesa nell’unità di intenti e di propositi. Il rinnovamento della Chiesa come comunità non doveva venire da una istituzione in più, ma dalla Chiesa stessa, dall’espressione delle diversità esistenti in essa. Pio XII approvò l’idea e rese possibile, con il suo intervento, la nascita del primo gruppo, composto, oltre che da p. Lombardi, da un sacerdote diocesano (don Casali), da un altro gesuita (p. Rotondi) e più tardi, da un cappuccino (…), da un saveriano (p. Piantoni), da uno scolopio (p. Sapa), da un dominicano (p. Sinaldi), da un francescano (p. Paludet), da un cordimariano (p. Rossetti). A questi, si aggiunsero alcuni laici. Più tardi, iniziò l’integrazione di religiose di diverse congregazioni e altri laici, sposati e non. Così, nacque, tra il 1945(?) e il 1956, dalla convergenza di un “profeta” e di un Papa, un Gruppo che si basava su alcune convinzioni fondamentali: doveva essere un gruppo composto da persone di diverse vocazioni che, rimanendo nello stato canonico che ognuno aveva, si dedicasse a promuovere la conversione e il rinnovamento della Chiesa mediante l’ascetica comunitaria, che non si identificasse né legasse a sé nessuno dei risultati di tale animazione. Un gruppo che, a sua volta, desse testimonianza dell’unità che proclamava e quindi, nella misura del possibile, vivesse in comune, eccetto i laici che non potevano per dovere familiare. Questo era possibile, a condizione che le persone fossero integrate in forma provvisoria. Era possibile, però, che un Gruppo fosse permanente senza nessuna persona consacrata ad esso in forma permanente? Come potevano i religiosi, legati con voto di ubbidienza ai loro superiori, essere integrati in una comunità in cui l’autorità era esercitata da qualcuno che non era del proprio Istituto? Ecco le due domande più incisive che, alla morte di Papa Pio XII, avrebbero portato a tante sofferenze, al di là della buona volontà di tutti. Così comincia l’avventura spirituale di questo Gruppo. All’inizio, tutti erano collaboratori di p. Lombardi, ma subito ci si mise alla ricerca di uno stile di vita che fosse comune a tutte le vocazioni ecclesiali. Di fatto l’immagine iniziale fu quella di un gruppo il cui stile di vita somigliava praticamente a quello di un convento, con un sistema di autorità ancora piramidale, con una certa distinzione tra uomini e donne, tra preti e laici, radunati attorno di una personalità, riconosciuta nel suo dono profetico. Cominciava ad avverarsi il sogno di mettere insieme persone di diversi stati di vita, di diverse spiritualità, di diversa formazione, di diverse culture. Era solo un primo passo: mettere insieme ciò che per secoli si era sempre visto e mantenuto in forma separata, perché fosse al servizio non di una conversione e rinnovamento individuale ma della comunità cristiana.
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