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Pensieri di p. Lombardi: |
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di Luigi Sartori, da L’Avvenire, 4.11.2007
Tutti i commentatori insistono sul carattere apocalittico del crollo delle Torri gemelle di Manhattan colpite e distrutte dal terrorismo: «Fine del mondo! Niente d'ora in poi sarà come prima!... ». Un' apocalisse? Demolizione totale... in attesa del "rivelarsi" di realtà totalmente nuove? Seconda Auschwitz, ma ormai senza limiti, veramente universale, coinvolgente tutta l'umanità? Quella degli anni Quaranta sembrò oscurare l'esistenza di Dio, fino a far pensare alla sua" eclisse": dov' è Dio? Questa volta si giunge a presentire l'eclisse dell'uomo: dov'è l'uomo? Metà del genere umano pare venga arruolato dai terroristi per una lotta che dovrebbe abolire l'altra metà, addirittura in nome di Dio, della" giustizia divina"! E questo proprio mentre l'ecumenismo giunge invece a singolari convergenze in tema di "giustificazione", intesa come grazia e misericordia di Dio! La reazione dell'altra metà, quella che si sente squalificata in termini di massa di "infedeli", i quali avrebbero perduto ormai ogni diritto di esistere? In tale contesto storico l'ecumenismo pare quasi rimosso; sembra fuori sta-gione, sogno e utopia di frange minoritarie dell'umanità, momento breve di una storia che va verso il tramonto. Oppure, sì, esso continuerà, ma quasi al chiuso di una sorta di piccolo mondo antico, entro i limiti dei rapporti tra cristiani e tra Chiese confessionali? Mentre invece emerge e cattura ogni attenzione il prob1ema del rapporto con l'islam, problema che sembra indurre l'umanità a lasciare da parte le vie del dialogo e della pace, e a privilegiare piuttosto - solo per necessità storiche? - quelle delle sfide arroganti e delle crudeli competizioni, quasi l'unica meta finale possa e debba essere la vittoria di una sola voce di giustizia, divina o umana, e cioè di una sola "fede o forma di fede". Edizione moderna delle vecchie guerre di religione? Eppure proprio adesso, anzi oggi ancor più di prima, l'umanità avrebbe, invece, tanto bisogno di ecumenismo; ma di un ecumenismo che sappia rinnovarsi e purificarsi.
Oggi i due poli del conflitto mondiale tra terrorismo che aggredisce da Oriente e reazione di violenza armata da Occidente proiettano quasi su uno schermo gigante la primaria tendenza a difendersi dai giudizi altrui e a chiudersi nei propri.
L'islam contesta all'Occidente, tra l'altro, di aver ceduto al fascino della secolarizzazione, cioè di aver seppellito Dio e la fede in Dio, contrapponendovi l'idolatria dell'uomo. Mille ragioni si potrebbero addurre per rispondere che nella realtà ciò non è vero. Ma perché non ammettere che l'Occidente dà proprio l'impressione di favorire in qualche modo "la morte e l'eclisse di Dio"? Esso ostenta ricchezza immensa e crescente, ma così rende sempre più evidente e odiosa la discriminazione tra Paesi ricchi e Paesi poveri, e soprattutto contribuisce alla crisi dei valori morali, in specie quelli della giustizia. Al contrario il mondo occidentale contesta all'islam di professare una fede che ci addita, sì, un Dio unico, ma anche un despota assolutistico che sentenzia morte e non diritto di esistere per quanti non sono islamici ossia sono qualificati da "infedeli", "non credenti". Nuova forma di manicheismo, ma armato, questa volta, e per di più radicale, fanatico e universale? Certo l'autentico islamismo è in realtà molto articolato e diversificato. Ma l'islam in quanto tale dovrebbe tenere in conto l'interpretazione che l'Occidente sostiene quando esprime giudizi sulle radici interne del fondamentalismo islamico sia religioso che politico. Ma anche le religioni e le Chiese dovrebbero ripensare le ragioni della propria essenza e funzione nella storia dell'umanità. L'ecumenismo potrebbe diventare maggiormente radicale! Deve immettere dentro l!umanità il senso della "finitezza e vulnerabilità" di ogni esistente storico; perché vale per tutti e sempre quale primo proprio il primo comandamento: nessuno, all'infuori di Dio, è unico e assoluto. Un teologo ortodosso greco (Matsoukas) sostiene appunto che le religioni, tutte, sono tentate di violare soprattutto il primo comandamento, usurpando gli attributi di Dio. E cioè dovrebbe risultare evidente che nessuno può costituirsi nel diritto di agire da padrone degli altri. Nessuno si trova già dentro la zona franca di una libertà senza limiti, quasi nella patria di soli diritti senza corrispettivi doveri, così da poter decidere dell' esistenza e consistenza degli altri. Nessuna verità, neanche quella religiosa in quanto attraversa l'uomo, può costituire un' arma di morte. Inoltre, l'ecumenismo rimane sempre in processo. Non consente pretese di rappresentare la fine della storia. Soprattutto oggi esso deve recuperare in pieno il senso escatologico, la tensione a ciò che lo supera in tutto e sempre; così da farci camminare "come e con" tutte le altre esistenze storiche. La vittoria dell'unità non è già nelle sue mani. Vale la pena di richiamare la preghiera del profeta dell' ecumenismo, Paul Couturier: «Signore, donaci l'unità... , ma non quella dei nostri sogni, bensì "quando e come tu la vuoi"». Si tratta quindi di spiritualità e non di progetti di riconciliazione tra contendenti, tanto meno di tattiche politiche. Proprio così vanno interpretati anche i due noti principi basilari del dialogo teologico tra Chiese: quello della gerarchia delle verità, quello della storicità delle espressioni della fede. Non sono semplici criteri di studio; sono orientamenti del vivere da credenti, da cristiani. E non basta che essi diventino vita e mentalità dentro la famiglia dei credenti. Oggi occorre lavorare perché si traducano in criteri di vita per l'intera umanità. L'ecumenismo non può non coinvolgersi nel dialogo fra religioni mondiali e nei problemi della convivenza umana. Dagli anni Settanta si è discusso sul rapporto tra unità delle Chiese e unità del genere umano; e si è dovuto ben presto affrontare il problema: quale unità viene prima, quella tra le Chiese o quella tra popoli e culture? O sono invece due mete parallele? Poi si è giunti alla soluzione di accostarle, per timore che l'unità dei cristiani rappresenti soltanto un "mezzo", una "tappa", nel cammino verso il "fine" della pace del genere umano. Penso che oggi si debba evidenziare maggiormente il nesso strettissimo tra le due finalità; l'una coinvolge l'altra, ed è coinvolto nell'altra.
Quale massa di impegni, allora, per l'ecumenismo! Dentro una situazione che vede trionfare la conflittualità, come riuscire a suscitare, almeno in qualche misura, un'inversione di rotta storica, o anche soltanto un cambiamento di mentalità? Ma almeno l'ecumenismo intervenga nel settore delle comunicazioni, delle letture e delle interpretazioni dei fatti e delle situazioni in cui l'umanità si trova a vivere. Non certo per schierarsi con questa o quella delle due parti, e nemmeno per scegliere l'evasivo distacco di una neutralità pacifista ormai quasi impossibile; bensì piuttosto per introdurvi il contributo di esplicite e chiare voci di riflessione critica e positiva, che aiutino a trasfigurare la storia perché costituisca anche una "parabola" di un magistero più alto e più profondo, quello che viene donato e proposto alle coscienze sensibili ai valori umani.
L'intervista-testamento del teologo ecumenista
La riflessione che proponiamo in queste colonne è tratta dal volume <di Dio di tutti. Intervista e scritti inediti» (La Meridiana, pagine 196, euro 15,00) curato da Luciano Talarico e dedicato al pensiero del teologo ecumenista Luigi Sartori, recentemente scomparso. Il libro, oltre a raccogliere testi inediti di Sartori sullo spirito conciliare, contiene un'intervista originale, densa come un testamento, in cui il teologo affianca ai suoi temi essenziali la sua ultima, profetica provocazione: la conoscenza di Dio è sempre più grande dei nomi che gli diamo.
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