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Pensieri di p. Lombardi: |
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Bauman: l'idea più diffusa? La fuga |
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di Paolo Lambrusche, Avvenire 8 maggio 2007
Precursore degli studi sulle relazioni metropolitane nel mondo
globalizzato, pensatore polacco naturalizzato inglese Zygmunt Bauman
(che ha appena pubblicato per Laterza il saggio Modus vivendi, inferno
e utopia nel mondo liquido) verrà in Italia alla Fiera del libro di
Torino che apre i battenti giovedì per tenere un' attesa lectio
magistralis sui rapporti tra centro e periferia, sabato 12 maggio alle
15,30 dal curioso titolo “Le vespe di Panama".
Professor Bauman, qual è la causa delle paure della classe media? «La vita quotidiana. Niente è più sicuro, stabile, garantito. Si cambia senza preavviso, vengono richieste dall'oggi al domani capacità che non si possiedono. La stessa idea di progresso, nata due secoli fa come speranza e promessa di una vita migliore, suona quasi come una minaccia: se non ti "modernizzi" i tuoi concorrenti ti supereranno. La vita intera sembra diventata una perpetua lotta, serve vigilanza continua. Ti viene costantemente ricordato che sei buono finché dura il tuo successo. La minaccia di esclusione aleggia sopra l'intero corpo sociale. Ossessiona addirittura persone con alti standard di vita in apparenza sicuri. Ma mantenere quello status sociale richiede sforzi costanti che nessuno è sicuro di potersi permettere. La vita su una pista da corsa può essere esaltante, ma alla lunga esaurisce e spaventa, non c'è un traguardo».
Le nostre città soffrono di mixofobia, secondo lei. Di che si tratta? «Questo è uno dei più stupefacenti paradossi del nostro tempo. Le città furono costruite come isole di sicurezza in mezzo al deserto selvaggio. Con mura, torri, fossati, ponti levatoi. L’intenzione era tenere i pericoli fuori dai cancelli. Oggi è la campagna ad essere vista dalla maggior parte della gente come porto di pace e tranquillità mentre in città si annidano le paure. Di persone pericolose e malintenzionate (ladri, molestatori, mendicanti invadenti, stranieri ostili, terroristi), dell'inquinamento, degli incidenti stradali; dei rumori insopportabili, della contaminazione. Non puoi girare senza correre rischi. I residenti metropolitani soffrono di "mixofobia", la paura di mischiarsi a estranei le cui intenzioni sono incerte e le azioni imprevedibili. Preferirebbero ridurre la confusa varietà del panorama cittadino. La 'sicurezza selettiva' è in cima alle priorità negli annunci commerciali e nei prospetti degli agenti immobiliari occidentali: vendono case con cancelli, barriere, telecamere televisive a circuito chiuso, guardie armate e niente estranei intorno».
È in questo senso che lei nota un uso strumentale della paura da parte della politica dopo l'11 settembre? «Tutti i poteri giustificano il diritto a chiedere obbedienza promettendo protezione contro i disastri. Oggi, però, vediamo una diversa riedizione della promessa di protezione dello stato dalla paura. Nel secolo scorso prometteva uno scudo contro degrado sociale ed esclusione. Ora, con l'accentuarsi dell'attenzione sulla responsabilità individuale, il potere politico, che non può o non vuole più garantire sicurezza sociale preferendo trasferirla alle forze di mercato e ai singoli, cerca di ottenere legittimazione dalla promessa di difendere la sicurezza personale, minacciata in maniera autentica o presunta dalle "categorie pericolose" della popolazione o dai terroristi».
Lei ha sollevato la questione dei profughi, «rifiuti del capitalismo globale» come una delle sfide chiave di oggi. Come intervenire? «I problemi della globalizzazione si risolvono con mezzi e istituzioni globali. Non disponiamo ancora di queste istituzioni né abbiamo cominciato a costruirle. La pressione di profughi e clandestini sulle coste italiane è ad esempio prodotta dal nostro successo nel rompere le barriere commerciali, promuovendo la competizione globale e traffici di braccia planetari. Abbiamo tolto le briglia a forze troppo potenti, agili e ambigue perché un'istituzione locale possa affrontarle. Iperghetti come i campi profughi testimoniano la nostra incapacità di controllare il libero e selvaggio capitale globale, i mercati, il commercio, il terrorismo, le mafie criminali... La soluzione è alzare la politica al livello planetario di tali poteri. Siamo solo agli inizi di quella che e la più importante sfida del XXI secolo».
C'è spazio per le utopie nel nuovo secolo, che lei chiama era liquida? «Il sogno più diffuso oggi è la fuga, l'esatto opposto dell'utopia. Mi spiego. L’atteggiamento premoderno verso il mondo era quello del guardiacaccia, per usare una metafora, mentre la figura del giardiniere può rendere meglio la visione moderna. Compito principale del guardiacaccia è la difesa della terra dall'interferenza umana per preservare l'equilibrio naturale. Invece il giardiniere pensa che non ci sarebbe ordine e armonia senza la sua attenzione costante a piantare ed estirpare. Se uno sente frasi come "la fine dell'utopia", ripetuta così spesso da essere accettata come evidenza, e perché l'atteggiamento del giardiniere sta lasciando il posto a quello del cacciatore. Al cacciatore non importa l'equilibrio generale. Egli cerca solo prede da uccidere. Oggi siamo tutti cacciatori. O ci dicono che lo siamo, dunque dobbiamo comportarci così, pena l'esclusione».
In fondo anche una vita di continua caccia è utopia... «Sì. Bizzarra, se vuole, perché mentre quelle originali promettevano almeno la fine della fatica, questa sogna una fatica senza fine. Strana, ma pur sempre utopia perché promette, qui e ora e non in un tempo lontano, la definitiva e radicale soluzione ai problemi umani, ai dolori e alle sofferenze. Tuttavia la fuga da tutto ciò è oggi lo sport più popolare. E al momento è l'unica alternativa disponibile, almeno psicologicamente».
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