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Pensieri di p. Lombardi: |
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Kristeva, l'atea che sente lo spirito |
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Da Parigi, Daniele Zappalà
Sfogliare la lista dei seminari universitari di Julia Kristeva, la
celebre semiologa e psicanalista di origine bulgara e francese
d'adozione, significa imbattersi, in un apparente paradosso.
Cosa spinge questa non credente dichiarata, ammirata ormai da decenni, per l'acutezza del suo pensiero in una Parigi intellettuale ancora così imbevuta di pregiudizi anticlericali, a presentare ai propri studenti lunghe e minuziose analisi del «Cantico dei cantici», della mistica di san Bernardo, della teologia di san Tommaso e dell'amore cristiano? È stata in gran parte la stessa Kristeva a rispondere implicitamente a questa domanda nel corso di un intervento pubblico che l'anno scorso non è certo passato inosservato. Invitata ad esprimersi nel quadro delle prestigiose Conferenze di Quaresima organizzate ogni anno dall'arcivescovado della capitale francese, la ricercatrice e scrittrice ha chiarito fin dall'incipit il cuore del suo rapporto intellettuale col cristianesimo: «Avete davanti una donna non credente persuasa nondimeno che il genio del cristianesimo ha introdotto e continua a diffondere delle innovazioni radicali nell'esperienza religiosa dei parlanti».
Cresciuta in un Paese soffocato dal totalitarismo comunista; la Kristeva ritiene che - anche quando non si aderisce col cuore al cristianesimo - non si può disconoscere la prodigiosa rivoluzione che esso continua ad operare, direttamente o indirettamente, in ogni ambito della vita individuale e sociale. Negare il «genio del cristianesimo» - espressione resa celebre in Francia da François René de Chateaubriand - è dunque per tutti, credenti e non, un sorta di peccato della ragione. Fra le innovazioni del cristianesimo, «quella che riguarda la sofferenza è forse la più radicale poiché, paradossalmente, essa è meno misteriosa e anche più universale»: questa la «tesi principale difesa dalla Kristeva davanti alla platea parigina e poi confluita nell’opera tradotta in italiano con il titolo Il bisogno di credere. Un punto di vista laico (Donzelli). Titolo destinato ad apparire provocatorio non certo per i lettori credenti, sempre più consapevoli del fecondo rapporto fra la fede e l'esigenza, il bisogno intimamente umano di razionalità. Ma innanzitutto proprio per gli emuli di quella Parigi che ha spesso dimenticato da lustri, ad esempio, quanto il razionalista francese per antonomasia Cartesio avesse già messo le proprie tesi filosofiche anche al servizio delle proprie convinzioni di credente. La concezione cristiana della sofferenza, sostiene la Kristeva, «sconvolge» sia l'umanesimo, sia la stessa metafisica. E le conseguenze di questo sconvolgimento sono tutt'altro che astratte: «I regimi totalitari e, in modo diverso ma simmetrico, l'automatizzazione moderna della specie pretendono di interrompere, sradicare o ignorare la sofferenza, per meglio imporla come mezzo di sfruttamento o di manipolazione. L'alternativa a queste due varianti di una barbarie che non cessa di inventare nuove forme, consiste nell'attraversare la sofferenza in modo indefinito: è ciò che il cristianesimo cerca di fare quando riconosce quest'orientamento (questa versione) disperata verso il Padre Ideale che è la sofferenza psichica, e che aggrava ogni altra sofferenza; è ciò che il cristianesimo cerca di fare soprattutto quando esso trasforma quest'orientamento verso il Padre in creatività, sublimazione, in saper vivere». Fra i grandi lasciti sempre vivi della civiltà cristiana all' epoca presente c'è anche questo «trionfo sottile sulla sofferenza ammansita, che occorre riprendere, interpretare e sviluppare di fronte alle esplosioni attuali della pulsione di morte». L'«intelligenza amorosa» del cristianesimo è capace, per sua costituzione, di vincere questa pulsione. Una battaglia che resta per la non credente Kristeva non una fra le tante, ma «la sfida dell' era planetaria».
Avvenire 8 maggio 2007
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