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Pensieri di p. Lombardi: |
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Cosa resta delle frontiere |
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di Marc Augé
Se il concetto di frontiera è «bon à penser» è perché si trova al cuore
dell'attività simbolica che dalla comparsa del linguaggio - riprendendo
Lévi Strauss - si è adoperata a dare significato all'universo, a dare
un senso al mondo per renderlo vivibile. Ebbene, questa attività in
buona parte è consistita nel contrapporre categorie diverse, quali
maschile e femminile, caldo e freddo, terra e cielo, secco e umido, per
simbolizzare lo spazio suddividendolo in compartimenti.
E' innegabile che oggi viviamo un periodo storico nel quale la necessità di suddividere lo spazio, il mondo o gli esseri viventi per conoscerli sembra meno evidente. Il pensiero scientifico non si basa più su contrapposizioni binarie, ma cerca piuttosto di individuare la continuità dietro le apparenze della discontinuità, per esempio facendo il possibile per capire e forse ricreare il passaggio dalla materia alla vita. L'uguaglianza dei sessi è un'esigenza del pensiero democratico, ma al di là di questa eguaglianza, è l'identità delle funzioni, dei ruoli e delle definizioni ad essere postulata non appena si mette l'accento sulla preminenza del concetto stesso di essere umano. Infine, la storia politica del pianeta pare mettere in discussione le frontiere tradizionali nel momento stesso in cui si afferma un mercato liberale mondiale, in cui le tecnologie della comunicazione paiono di giorno in giorno dissolvere sempre più gli ostacoli legati allo spazio e al tempo.
Sappiamo bene, tuttavia, che le apparenze della mondializzazione e della globalizzazione nascondono in realtà un buon numero di ineguaglianze, e assistiamo, su scale differenti, al riapparire di frontiere la cui esistenza costituisce già di per sé una smentita della tesi della fine della Storia. La contrapposizione Nord/Sud si è sostituita ormai a quella tra Paesi colonizzatori e Paesi colonizzati.
Nelle grandi metropoli del mondo, si contrappongono i quartieri ricchi ai quartieri «difficili», e in tale contrapposizione ritroviamo tutta la diversità del mondo, come pure tutte le sue ineguaglianze. In diversi continenti esistono addirittura quartieri privati e città private. Le emigrazioni dai Paesi poveri verso quelli. ricchi comportano di sovente aspetti tragici e sono i Paesi liberali a erigere muri per premunirsi nei confronti degli immigrati clandestini. Da. un lato si delineano nuove frontiere, o per meglio dire si erigono nuove barriere, sia tra Paesi poveri e Paesi ricchi, sia all'interno stesso dei Paesi sottosviluppati o emergenti tra i quartieri ricchi connessi alla rete della globalizzazione tecnologica ed economica e tutti gli altri. Dall'altro lato, quanti vagheggiano una società umana e considerano loro patria il pianeta intero, non possono sottovalutare né la forza delle inversioni di rotta ad opera di comunità, nazioni, etnie o altri gruppi ancora che si propongono di ricostruire le frontiere, né l'e-spansionismo dei proselitismi religiosi, che aspirano a conquistare il pianeta travolgendone tutte le frontiere.
In un mondo «supermoderno», soggetto alla triplice accelerazione delle conoscenze, delle tecnologie e dei mercati, si accentua ogni giorno di più il divario tra la rappresentazione di una globalità senza frontiere - che permetterebbe a merci, esseri umani, immagini e messaggi di circolare senza limitazioni - e la realtà di un pianeta diviso, frammentato, nel quale le divisioni negate dall'ideologia del sistema si ritrovano al centro stesso di quel medesimo sistema. Pertanto, si potrebbe contrapporre l'immagine della città mondo - quella «meta-città virtuale», per usare l'espressione coniata da Paul Virilio, costituita dalle vie di circolazione e dai mezzi di comunicazione che abbracciano il pianeta intero nelle loro reti e diffondono l'immagine di un mondo di giorno in giorno sempre più omogeneo - alle dure realtà della città-mondo nella quale si ritrovano ed eventualmente arrivano a scontrarsi tra loro le differenze e le ineguaglianze.
L'urbanizzazione del mondo è la dilatazione del tessuto urbano lungo le coste e i fiumi e al contempo la crescita senza limiti delle megalopoli, ancor più rilevante e cospicua nel terzo mondo. Questo fenomeno è la verità sociologica e geografica di quella che noi chiamiamo mondializzazione o globalizzazione, e si tratta di una verità infinitamente più complessa dell'immagine di una globalità senza frontiere che funge da alibi per gli uni e da illusione per gli altri.
Oggi, di conseguenza, dobbiamo pensare di nuovo alla frontiera, a questa realtà incessantemente smentita e incessantemente riaffermata. Il fatto è che spesso essa si ribadisce in modalità rigide che fungono da divieti e comportano esclusioni. Occorre indagare nuovamente il concetto di frontiera, se vogliamo cercare di comprendere le contraddizioni che caratterizzano la Storia contemporanea.
Una frontiera non è uno sbarramento: è un passaggio. La frontiera segnala a uno stesso tempo la presenza altrui e la possibilità di ricongiungersi. Molti miti evocano la necessità e i pericoli insiti in un tale varco. Molte culture hanno trattato simbolicamente il confine come pure il crocevia, luoghi particolari nei quali qualcosa dell'avventura umana ha la meglio allorché l'uno parte all'incontro dell'altro.
Esistono frontiere naturali (montagne, fiumi, stretti), frontiere linguistiche, frontiere culturali o politiche. La frontiera evidenzia all'istante la necessità di imparare al fine di comprendere. Naturalmente l'espansionismo ha trascinato alcuni gruppi a violare le frontiere per imporre ad altri la loro legge ma è anche capitato che, come in questo caso portato a esempio, l'aver varcato le frontiere non sia stato del tutto privo di conseguenze per gli stessi autori della violazione. La Grecia vinta ha civilizzato Roma e contribuito a espandere il proprio sapere intellettuale. In Africa i vincitori tradizionalmente adottavano le divinità dei popoli sui quali avevano avuto la meglio.
Le frontiere-non si cancellano mai: si ridisegnano. E' ciò che ci insegna il progresso della conoscenza scientifica, che sposta progressivamente le frontiere dell’ignoto, sempre più in là. Il sapere scientifico non è mai assoluto: è questo a distinguerlo dalle cosmologie e dalle ideologie. Il sapere scientifico ha sempre nuove frontiere per orizzonte. La frontiera, in questo senso, ha sempre una dimensione temporale: è la forma dell'avvenire e, probabilmente, della speranza. Ecco che cosa non dovrebbero mai dimenticare gli ideologi del mondo contemporaneo che di volta in volta soffrono - così quanto meno mi sembra - o di eccessivo ottimismo o di eccessivo pessimismo, e in entrambi i casi di eccessiva arroganza. Noi non viviamo in un mondo assoluto e compiuto, del quale non ci rimane altro da fare che celebrare la perfezione. Non viviamo neppure, se è per questo, in un mondo abbandonato inesorabilmente alla legge dei più forti o dei più folli.. Noi, prima di tutto, viviamo in un mondo nel quale esiste ancora una frontiera tra democrazia e dispotismo. Tuttavia, l'idea stessa di democrazia è ancora incompiuta, ancora da acquisire fino in fondo. Come anche quella della scienza, la grandeur della politica consiste nel sapersi fissare delle frontiere, per poi esplorarle e varcarle.
Nel concetto di globalizzazione, in coloro che si richiamano ad esso, vi.è un'idea di compiutezza del mondo e di fine del tempo che denota assenza di immaginazione e attaccamento al presente, profondamente incompatibili con lo spirito scientifico e la morale politica.
Traduzione di Anna Bissanti)
La Repubblica, 8 maggio 2007
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