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Pensieri di p. Lombardi: |
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Per ricordare Mons. Luigi Sartori |
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PER RICORDARE MONS. LUGI SARTORI
presidente emerito del'Associazione Teologi Italiani
morto il 2 maggio 2007
Sono due testi del 1977, vivi e luminosi.
Sono acqua di montagna.
SPIRITO SANTO E STORIA
Atti del convegno teologico tenutosi a ROANA, nell’aprile 1976
Raccolti in Spirito Santo e Storia, editrice AVE, 1977
a cura di Luigi Sartori
INTRODUZIONE e RIFLESSIONI DI «BILANCIO» di Luigi Sartori
INTRODUZIONE (pp. 7-11)
La storia, oggi, fa problema; in profondità. Non si tratta solo di un palcoscenico, o di un tessuto di pagine; che solo indirettamente sono interessanti all'occhio dello spettatore o del lettore, in quanto «supportano» i segni degli attori o degli scrittori. Non fa problema solo quanto avviene nella storia, è la storia in se stessa che provoca interrogativi.
Sono chiamati in causa i filosofi; a disputare sui fondamenti remoti della storia, sulle «condizioni di possibilità» del divenire per rapporto all'essere: l'unità dei fatti umani ha una sua consistenza? e di che natura? o si tratta di «illusione»? l'unica realtà è quella atomistica dei singoli atti successivi? o è possibile concepire una rilevanza di alcuni rispetto ad altri, almeno del «momento partenza-inizio» o del «momento-arrivo-fine» della storia? la vicenda che senso ha, come si «consuma» o si «ritrova» nel suo punto «alfa» od «omega»?
Gli storici di professione devono badate a problemi più particolari e concreti: come cogliere e leggere i fatti? come legarli tra loro, senza far violenza? come interpretarli? in che senso si possono fissare canoni generali di lettura e di ermeneutica, e si può parlare di classi, di valori, di categorie, di leggi...? che significato hanno termini come «svolta storica», «fermento storico», «movimento storico», «rilevanza storica», e in genere tutti quei termini che sembrano dare consistenza e realtà particolare a degli «insieme» o «gruppi» di fatti contemporanei o successivi? come si fa a parlare di connessione tra presente e passato, e viceversa, e di indicazioni emergenti dai fatti più o meno remoti del passato?
Oggi, tutta questa problematica ha acquistato un sapore nuovo; perché l'interesse si è spostato dalla «storia già compiuta» alla «storia da farsi». La curiosità è rivolta attivamente al futuro. Interessa dominare il corso degli avvenimenti, per disegnare programmi d'azione, per produrre storia. È il fare storia che ingloba ogni altro problema. Ecco allora la convocazione di altre discipline: dalla psicologia, alla sociologia, e più in generale all'antropologia. Si vorrebbe poter decifrare il futuro; al posto della «magia» o della «divinazione» si pretende costruire una «futurologia» scientifica a partire dall' apporto di varie discipline.
In questo nuovo contesto culturale la fede cristiana esige profondi ripensamenti. Il tema della «salvezza» ha chiesto sempre di più il confronto con i progetti umani: i grandi problemi di emancipazione e di liberazione sociopolitica di grandi settori di umanità (non più solo di classi o gruppi sociali, ma anche di popoli e di aree intere di popoli, i continenti, ed entro i popoli di intere sezioni verticali come le donne e i giovani...) hanno domandato nuova riflessione sullo specifico cristiano e della chiesa nel contributo da offrire alla umanizzazione della storia, alla promozione dell'uomo.
Il cristianesimo ha già prodotto «una storia»; noi ne siamo eredi. Ma dal lungo processo di «secolarizzazione», a partire dal Medioevo fino ad oggi, è nato un senso di stanchezza; le redini del «produrre storia» sembrano passate in altre mani, con orgoglio dei nuovi artefici e con amarezza dei vecchi. La chiesa è alle soglie di una nuova epoca, in cui dovrà sostenere con simpatia anche se quasi dall'esterno, o in seconda fila, certamente non da protagonista, le imprese e gli sforzi di chi si è reso maturo, anche per merito suo e dovrà offrir li volentieri la propria partecipazione di servizio specifico.
Ma condizione previa per raggiungere questa mèta è la capacità di «profetizzare ». Si dice talvolta che la chiesa oggi deve concentrarsi nel ruolo, ridotto ma necessario e importante di “funzione critica”, dio “coscienza critica” dell’umanità. E’ dire ancora poco; la “critica” non è tutta, né forse la principale missione della chiesa. Dire “profezia” è dire qualcosa di più autentico, di più biblico, di più completo e ricco. Il mondo ha bisogno di “profezia”, più che di “futurologia”. Di una profezia che possa, eventualmente, armonizzarsi con l’autentica futurologia; di una profezia che sia tenuta costantemente viva come un domo costitutivo dello stesso “agire storico”, e perciò espresso da una comunità “profetica”, immersa nella storia, ma libera dalla storia, perché a contatto con fonti segrete e superiori alla storia. La chiesa deve rivelarsi come il luogo ove lo Spirito si dà a conoscere. Non il luogo esclusivo dove lo Spirito opera; perché allora l’agire dello Spirito sarebbe circoscritto e discriminante: tutta la storia è luogo dello Spirito. Ma la chiesa deve costituire il luogo della decifrazione dello Spirito; dove Egli viene riconosciuto e si manifesta.
Ecco tornare in primo piano il problema del «discernimento dello Spirito». Finora, o meglio da lungo tempo, il tema del «discernimento degli spiriti» sembrava un capitolo molto particolare e singolare di una teologia per stati di perfezione", per situazioni di «élite»: la teologia ascetico-mistica. L'argomento sembrava circoscritto a «storia dell'anima», nel filone segreto delle coscienze individuali e degli itinerari individuali sei singoli cristiani chiamati alla santità. Oggi è diventato di nuovo problema centrale della chiesa. Riconoscere lo Spirito quando agisce nella storia è importante tanto quanto riconoscere in Cristo il Figlio di Dio; si tratta di infatti, del prolungamento dello stesso mistero di Dio che si nasconde (per rivelarsi) nell’uomo e nella storia.
A questo proposito è dedicato il presente volume, che raccoglie riflessioni proposte e dibattute in un convegno teologico tenutosi a Roana (Vicenza) nell'aprile 1976. Qualcosa era stato precedentemente detto, in un precedente convegno (di cui si possono vedere gli Atti in «Salvezza cristiana tra storia e aldilà», ed. AVE 1976). Prolungando nella stessa ospitale sede (per iniziativa dello stesso gruppo dei Teologi Triveneti, e del medesimo Istituto di Cultura Cimbra di Roana) le riflessioni sul tema della storia, è stato piu direttamente affrontato il problema dei criteri per un discernimento della presenza e dell'azione dello Spirito Santo nella storia.
Qui sono date le principali linee di risposta. Anzitutto due introduzioni generali: quella di Sartori mira ad offrire un panorama generale dei problemi e delle piste di orientamento per la soluzione; e quella del Prof. Ratzinger di Regensburg (anche questa volta partecipante di primo piano del Convegno Teologi Veneti a Roana) sottolinea con forza alcune linee di tendenza del pensiero cristiano (dalla Bibbia ai Padri alla teologia moderna) che specificano la concezione autentica del cristianesimo per rapporto allo Spirito e la storia, linee che vanno tenute presenti criticamente quando si voglia non cadere nelle utopie immanentistiche moderne.
Seguono importanti contributi analitici sul piano filosofico, su quello sociologico, su quello biblico-patristico. Particolare rilievo si è voluto dare al tema del «discernimento degli spiriti» a partire dalla teologia spirituale, perché quella è la matrice diretta del modo nuovo di riprendere il problema. Inoltre s'è mirato ad offrire alcuni « saggi» o esempi di lettura e discernimento in atto dello Spirito, in momenti recenti della vita della chiesa. Alla fine si pone un contributo più specifico di teologia teoretica sul tema tanto palleggiato, oggi, ma forse ancora con troppa superficialità, dei « segni dei tempi ». Il problema dei pentecostali-carismatici è stato tenuto presente, ma è rimasto sullo sfondo.
Crediamo che quasi tutti gli aspetti del problema siano stati presi in considerazione, anche se con ampiezza e generi letterari alquanto diversi. Confidiamo nella intelligenza del lettore; il quale saprà armonizzare anche le tinte del quadro: saprà, cioè, valorizzare anche ciò che è dato per accenni brevi, o soltanto nella luce condensata di saggi esemplificativi.
Imparare a leggere un po' di piu il libro della storia, imparare a scoprire un po' meglio ]a presenza dello Spirito negli avvenimenti, è un traguardo troppo importante per la fede, perché si possa trascurare qualcosa di ciò che può aiutarci a fare piu speditamente almeno qualche passo in avanti nella capacità di donare «profezia» e cioè luce divina al cammino della vita.
RIFLESSIONI DI «BILANCIO» (pp. 211-218)
Il tema « Spirito Santo e storia» è vasto e aperto come il mare. Altrove, come in Germania, la teologia ha preferito, in questi anni, riscoprire la «pneumatologia» quale problema teologico ancora interno alla chiesa: qual è il rapporto dello Spirito Santo con Cristo, con la chiesa? E sono maturate prospettive cristologiche ed ecclesiologiche interessanti, ma ancora «interne» alla fede; quali, il Cristo come supremo «evento nello Spirito», e la chiesa come «sacramento dello Spirito».
Un po' dappertutto, nella chiesa attuale, si avverte una focalizzazione del discorso dello Spirito nel fenomeno dei gruppi carismatici, o entusiasti, o pentecostali. Ma noi riteniamo che la prospettiva più ampia sia che meglio risponde alle urgenze attuali. In questa linea, dalle riflessioni riportate in questo volume che ora chiudiamo (e che riflettono gli orientamenti di un convegno teologico), risulta un'accentuata attenzione al rapporto dello Spirito Santo con la storia o meglio della storia con lo Spirito Santo.
Volendo raggruppare in qualche punto più preciso le linee di tendenza della nostra comune riflessione, possiamo elencare i seguenti 5 momenti.
1. - Anzitutto, il problema antico del «discernimento dello Spirito» ha fatto un salto di qualità: ha ricevuto una dilatazione universale. E’ il processo di secolarizzazione che ha condotto a questo ampliamento e a questa universalizzazione. In un certo senso si tratta di un «recupero» di pienezza e di ricchezza, che affonda le sue radici nel mistero trinitario, e nel mistero della «storia della salvezza».
Generalizzando lo spazio e il tempo dello Spirito (lo Spirito è signore e attore in ogni spazio e in ogni tempo) si accentua l'impegno di attenzione alla totalità. E su questa linea si è costretti ad affrontare il tema dell'incontro critico con visioni universali alternative, in primo luogo con l'Hegelismo e i suoi derivati, e con tutte le prospettive totalizzanti. Il rischio, infatti, anche per la teologia che pretende visioni onnicomprensive, è quello di forzare i tratti universalizzanti, fino a sacrificare l'autonomia e la specificità degli elementi, tendendo ad un livellamento monistico e assorbente.
Ma la teologia non deve temere questo rischio, che fa parte del prezzo necessario da pagare perché si realizzi l'ampliamento degli orizzonti, a beneficio della fede ma anche dell'umanesimo. Importa solo armarsi di precauzioni contro il rischio. Ci è sembrato che, per attuare tale precauzione, sia soprattutto importante sottolineare la gradualità dinamica e la discontinuità della presenza-azione dello Spirito entro la storia.
C'è un «continuum» ma di «libertà»; e quindi si danno «ascese» verso momenti forti ed apici di «evidenza» e di «presenza», e si danno «discese» verso il nascosto e l'invisibile. La verità e perfino l'ambiguità non sono mai tolte o disattese. Se la luce del discernimento dello Spirito si può rendere sempre maggiore, utilizzando tutte le luci disponibili, anche dalla sfera del mondo dei valori secolari (scienze, tecniche, esperienze), non per questo si cade in un generico e indistinto «illuminismo», che equipara tutte le sorgenti di luce. Come in un discorso, alcune parole o giudizi sono «chiave» di lettura che, mentre anche possono ricevere luce da tutto il resto, sono soprattutto fornitrici di luce (in un andirivieni dinamico e progressivo), così nella storia lo Spirito non agisce mai contro se stesso, e la sua coerenza sta soprattutto nel portare verso «i monti» della sua chiarezza, e spingere ad utilizzare a pieno il meriggio con essi disegnato sull'orizzonte della storia.
Il salto di qualità in tema di discernimento dello Spirito sta proprio in questa apertura all'universale, entro cui la fede non è più sola, ma si pone necessariamente in dialogo e in cooperazione con altre - considerate «estranee» sorgenti di luce; con tutti i problemi che questo tipo di «universalizzazione» comporta.
Ma già nel passato, questo processo di apertura universale aveva compiuto dei passi. Dallo « Spirito» al singolare, si era passati a «gli spiriti» al plurale, non solo per rapporto ai due spiriti, del bene e del male, ma per rapporto più genericamente ai «moti spirituali». Si era giunti anzi ad una concezione molto antropologica di «spirituale» e di «moti spirituali». Il passo alla psicologia era facile. Discernere lo spirito includeva anche lo studio psicologico dell'individuo e del suo cammino umano. Nei tempi moderni, si poté così introdurre nel discernimento degli spiriti anche l'analisi del profondo, l'attenzione al momento e dinamismo «inconsci», la psicanalisi.
Oggi lo spazio si è allargato a comprendere tutt'intera la storia; ecco allora convocate tutte le discipline interessate all'uomo storico. L'esigenza di interdisciplinarità si è approfondita, perché il principio di totalità porta questa volta all'autentico «tutto». Non basta la fede; né la filosofia; né la scienza; occorre anche il contributo della tecnica. L'armonizzazione dei vari momenti diventa sempre più urgente; come la loro migliore distinzione. Unire e distinguere.
2. - Il problema delle mediazioni culturali, allora, torna in primo piano. Il vecchio metodo deduttivo e inglobante rendeva facile il procedimento della teologia; col pretesto del suo ruolo di «regina», essa passava volentieri sopra la testa delle altre discipline, e correva diritta ai traguardi delle sue conclusioni sintetiche. La luce superiore dava quasi diritto di disattendere le altre luci. «Riconoscere» dispensava, quasi, dal «conoscere».
Oggi non è più possibile, nemmeno «de facto», non solo «de jure», realizzare questo monopolio e questa velocità. «Conoscere» è un'impresa sempre più seria e delicata. Il primo dovere verso la verità, verso lo Spirito, è di non costruire arbitrariamente il proprio oggetto, non manipolare i fatti, restare in e in attesa, prima di pronunciare giudizi. Il «riconoscere» richiede tutto un lavoro «comune», un camminare insieme. Per raccogliere tutto il passato (il presente, infatti, non è una novità assoluta che emerge sul nulla e sul vuoto) è necessario disporre della competenza di tutti gli esperti. Richiede la capacità di verificare ma anche di farsi verificare; di critica e di autocritica, e, quel che è più difficile, di sottomettersi alla critica altrui. Giudice migliore è colui che si sottopone a giudizio per disporsi meglio a giudicare; e rimane in atteggiamento aperto al giudizio suo e altrui, presente e futuro.
La profondità dell'ascolto richiede poi, quasi paradossalmente, capacità di inserimento nella storia, il viverci dentro in pieno, e capacità di trascendimento, il riuscire a trascenderla.
Infine la «mediazione», perché si realizzi e sia feconda, domanda strutture che favoriscano appunto la comunione tra luce di fede e luce di ragione, in corrispondenza alla complessità delle discipline e degli strumenti portatori dell'una e dell'altra luce. Strutture di mutuo ascolto; di dialogo; di esperimento; di diagnosi, di verifica, di critica; di esplorazione... La profezia dev'essere pienamente «dono»; ma anche pienamente impegno e conquista.
3. - La complessità articolata del «discernimento» fa supporre automaticamente limiti e difficoltà. Su questo punto la nostra riflessione ha conseguito consensi unanimi. Gli stessi grandi classici del «discernimento degli spiriti», entro la teologia ascetico-mistica, rivelano un profondo senso di moderazione. È raro il caso di giudizi certissimi e senza appello. È più normale l'appuntamento con la probabilità, che non consuma del tutto il timore di sbagliare. Inoltre il giudizio stesso rimane un momento di storia soggetto al divenire; cioè alla varietà e alla variazione. Giudicare un movimento implica entrare in movimento. Ciò spiega la diversità di giudizi, talora, su medesimi fatti. Ciò spiega il variare delle prese di posizione. Cambia l'oggetto (che è un «movimento»), ma cambia lo stesso soggetto che guarda, cambiano i suoi punti di vista. Perché il primo effetto dell'incontro tra il vecchio e il nuovo, tra osservatore ed evento osservato, non è il puro vedersi e giudicarsi; è invece il mutuo, anche se inavvertito, reagire, il mutuo aggredirsi e trasformarsi: l'antico resiste ed evidenzia al massimo i valori di cui è portatore, lo stesso fa il nuovo, ma nel frattempo il vecchio riscopre magari sepolti i valori espressi dal nuovo e li sente come propri, il nuovo trova vie di incontro e di armonizzazione; e infine è possibile la simbiosi feconda.
Certamente, al primo incontro, è più facile scoprire il «negativo»; e perciò il discernimento dello Spirito riesce anzitutto meglio nel cogliere i «segni» che denunciano 1'«impossibilità» o 1'«improbabilità» di una presenza dello Spirito; e più su si arriva ai segni che aprono le porte alla «possibilità» che si dia presenza di Spirito Santo, una specie di «nulla osta»...; il traguardo dei segni positivi si pone solo più in là, e con maggiore difficoltà. Ciò spiega certi ritardi, ed anzi il cosiddetto «costituzionale ritardo sui tempi» nel riconoscere i profeti. Certamente, solo a tempo esaurito è possibile un giudizio esauriente. Il giudizio è sempre qualcosa di escatologico, di eterno che misura il tempo. Si arriva a dire che non esistono criteri di discernimento che valgono per tutti i tempi (eccetto il manipolo dei segni negativi, o dei segni di «nulla osta»). Ogni epoca non solo ha i suoi « segni dei tempi» e i suoi modi di presenza dello Spirito; ma, per ciò stesso, ogni epoca deve ricorrere anche a suoi particolari criteri di discernimento.
Il dogmatismo è così sconfitto in radice; così come ogni pretesa trionfalistica ed imperialistica di possedere, anche solo «conoscitivamente», la storia. In questa luce l'obbedienza acquista il suo valore di «umiltà» nei confronti della storia; per agire non è necessaria la certezza assoluta su tutti gli aspetti del concreto momento in cui si viene a conoscere la nostra azione; se si dovesse agire sola quando si possiede la luce assoluta, non si agirebbe mai; qualcosa di «rischio», di remissione al futuro, deve sempre connotare l'autentico agire umano. Il dogmatismo pratico (di cui ha bisogno chiunque è impegnato nell'azione concreta) deve attingere da altre fonti. Non per nulla la morale classica ha chiesto che l'atto morale possa raggiungere la certezza anche nel caso in cui non può essere raggiunta la verità: si deve agire con coscienza certa, anche se questa non può essere dogmaticamente vera; si deve poter passare alla coscienza certa anche a partire dalla coscienza nel dubbio.
L'apertura alla preghiera, alla invocazione dello Spirito, resta momento essenziale del discernimento. Lo Spirito che agisce deve, in fin dei conti, essere il protagonista anche della propria scoperta; come nella Bibbia traviamo eventi che chiedono luce alla parola, e parole che si fecondano nella ricchezza di luminosità destata negli avvenimenti; cosi l'azione dello Spirito chiama ulteriore luce dello Spirito per scoprire quella sua stessa azione.
Ma tutto questo, preghiera ed obbedienza, sarà tanto più sincero ed autentico, quanto più crescerà su di un forte senso critico, su di un forte senso dei condizionamenti e dei limiti in cui si trova immerso lo stesso profeta chiamato a giudicare, e il suo stesso atto profetico di discernere e di giudicare, si tratti pure del soggetto profetico «chiesa».
4. - Particolare insistenza merita aggi il tema della «dialetticità» degli stessi segni della presenza dello Spirito. Qui c'è bisogno di integrare il discorso della «Gaudium et Spes», il quale - per motivi che si comprendono - ha valuto espressamente reagire contro una precedente situazione di una certa autosufficienza della chiesa e di una certa chiusura al mondo, ma ha rischiato di sottolineare un certo privilegio dei segni positivi od ottimistici. Lo Spirito parla là dove emergono indicazioni ed offerta di valori.
La «teoria critica», richiamata soprattutto dai sociologi, è un fatto culturale che ha interessato la chiesa, piuttosto dopo il Vaticano II, anche se la sua influenza culturale è anteriore ad esso. Ebbene, questa teoria ha quasi privilegiato 1'«uomo negativo», il «perdente» nella storia: la storia parte sempre da vuoti, da schiavitù, da alienazioni; sono gli «ultimi», le «vittime» che gridano ed aprono i solchi del movimento, delle onde del nuovo. La teologia ha ripreso, così, una certa dimestichezza (per un po’, prima abbandonata) can i temi biblici del «povero», del «servo di Dio», della «liberazione», della croce, del valore delle «cose che non sono» (Dio ha scelto i deboli per confondere i forti, la follia della croce per sconfiggere la sapienza dei sapienti).
Saper vedere Dio nelle sconfitte, la luce nelle ombre, la Spirito negli insuccessi, nelle crisi il dinamismo della storia della salvezza..., nella pochezza la grandezza, nell'inefficienza l'efficacia, nel non essere l'essere. L'azione dello Spirito nella storia non si presenta sala come «assunzione» di valori, ma anche come «irruzione» di valore nel deserto; è anche rottura, e non solo continuità. Il realismo non dovrà essere né solo amaro pessimismo, ma nemmeno solo ottimismo.
5. - Infine va sottolineata l'importanza della prassi. In ultima analisi la presenza dello Spirito è connotata dalla vita. Egli è Spirito «vivificante». L'albero si conosce dai frutti. La storia è autentica se prolunga la vita, se è feconda di vita. Già l'uomo biblico misurava la benedizione divina dalla prole; l'aver figli che prolunghino la vita del padre oltre il suo presente è segno di storia, di capacità-dono di fare storia. La continuità del padre è nei figli.
Il concetto di «procreaziane» nello Spirito si è fatto più ricco e vario. Prolificare, fare storia, è nel senso più profondo accendere vita, accrescere vita. Si ha quindi nella trasformazione della realtà, infra-umana e umana; sia nel senso di «liberazione» («da», e «per») da ogni condizionamento frustrante o alienante, e sia nel senso di «promozione positiva» di tutte le possibilità e di tutti i valori reali. Ogni evento che trasmette questo messaggio e dilata questo ritmo è in radice segno dello Spirito. Chiunque provoca luce o sprigiona intelligibilità dagli eventi e dalle cose, è come se donasse figli alla storia. La luce dello Spirito va messa sul moggio; non va solo scoperta; chiede di essere pubblicizzata, evangelizzata, resa disponibile, in atto, per l'umanità, valorizzata... Anche solo esprimerla e comunicarla è una specie di creazione.
Fare è l'imperativo del cristiano, soprattutto del profeta. Anche se il «fare» profetico è soprattutto produrre coscienza di significati più che fatti, perché nei significati i fatti crescono e raggiungono vittoria sulla singolarità limitata e sulla caducità, perché con i significati i fatti entrano in un disegno superiore, nella trama dell'amore di Dio. Ma il profeta deve anche verificare la luce che egli decifra, deve operare nei propri fatti la verifica dei significati scoperti. In lui dovrà soprattutto manifestarsi l'agire come dono, come libertà, come gratuità; e perciò come letizia. In un mondo dove tutto è programmato su misura di calcoli interessati ed utilitaristici, per non dire più esplicitamente su misura di prezzo in denaro o in dare-avere, e compra-vendita, il segno dello Spirito si dà soprattutto nella libertà che si fa carità, nella carità che si fa libertà, dove appunto il dono è grazia, è pura comunicazione di vita che chiede solo di comunicare. Lo Spirito di Dio è l'Amore di Dio.
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