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Movimento per un Mondo Migliore

 
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Pensieri di p. Lombardi:
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Essere totalmente conquistato da Dio
Vissi per l’intero periodo della formazione, dodici anni concentrati in Dio, per così dire; anzi, ho il coraggio di dirlo, ancor più, concentrati solo in Dio. Egli mi appariva come un gigante, dal quale volevo essere totalmente conquistato! Posso dire che ho quasi dimenticato tutte le altre mie esperienze di quei due primi anni. Vivevo in una tale concentrazione, in un tal desiderio di esser "preso" da Dio, di conoscerlo, di interiorizzarmi nella sua vita, che tutto ciò che mi circondava quasi scompariva. Non ricordo quasi neppure il nome dei miei confratelli; non ricordo nulla della casa nella quale vissi così intensamente. Lo stesso si verificò negli anni seguenti, da studente.
(dalla terza delle “Undici Conferenze sul Gruppo”)
 
Fedeltà senza resistenza
Sto facendo la meditazione e chiedo insistentemente a Gesù se gli ho negato qualcosa… Mi dà conforto vedere come, senza resistenza, Gesù mi abbia potuto cambiare continuamente la vita per il suo piano: come dieci anni fa passai insensibilmente da scrittore a oratore, così ora con la stessa continuità passo da oratore a formatore di uomini apostolici per Gesù. Interiormente la rinunzia ai grandi discorsi è interamente fatta checché sia di ciò che Gesù vorrà poi; anche scrittore ci sono rimasto, nel periodo della oratoria, e può darsi che resti oratore nel nuovo periodo… ma certo in modo nuovo e con la prevalenza del nuovo compito. Che io sia fedelissimo a Gesù, senza mai traccia di resistenza.
(Diario, 5/3/54)

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Fedeltà alla volontà di Dio
Violentemente mi ha occupato tutto il giorno il pensiero che forse ora Gesù mi vuole proprio qui stabilmente, prendendo questa casa come casa mia: farne la centrale promotrice della nuova controriforma. Rinunziando in gran parte a ogni altra mia attività. Gesù, non voglio altro che eseguire ciò che volete voi due [Gesù e Maria]: fate luce chiara e noi eseguiremo. Per voi lasciai la vita di scrittore divenendo oratore, e forse ora devo chiudermi qui. Tutto ciò che volete voi, e solo quello, a ogni costo.
(Diario, 18/7/54)

Offerta totale alla volontà di Dio
ImageIl pensiero dominante è l’offerta totale a Gesù e Maria, se per la Chiesa mi vogliono chiuso qui. Ho sentito anche tanto la bellezza di dare fervore ai sacerdoti…, spargendo nella Chiesa i promotori di un rinnovamento generale. Per parte mia, salvo il futuro giudizio dei superiori, arrivo a questa riforma fondamentale degli esercizi: cambiar vita e venire qui come animatore della casa di formazione degli apostoli…. E forse una grande data nella mia povera vita: devo intonare tutta la mia giornata al nuovo ritmo: preghiera, redini strette a ogni irascibilità ecc… evitare ogni grettezza con la Scuola Apostolica e in faccende di amministrazione ecc.
(Diario, 19/7/54)


Totalmente circondato dalla volontà di Dio
In realtà bisogna: 1) evitare noi ogni peccato; 2) dolersi dei peccati degli altri, che certamente Dio non li vuole: né interni né esterni; 3) reagire, in quanto Dio vuole anche questo; 4) ma restare perfettamente calmi, nella certezza che ciò che mi accade è sempre voluto da Dio: è proprio Dio a volere per me quell’ordine, quella visita, quel ritardo, quella noia, quella umiliazione, quella interruzione, ecc. Se vedo di dover correggere altri, si faccia; ma in cuor mio restare quieto che – tranne il peccato formalmente considerato come tale – ciò che è accaduto è proprio ciò che il Signore voleva. Mamma, aiutami ad avere più pace con questi pensieri. Devo sentirmi totalmente circondato dalla volontà di Dio, in ciò che di fatto accade. L’unico punto è badare a far io quanto devo, sia da parte mia, sia esigendo da altri quanto mi pare di dovere esigere innanzi a Dio.
(Diario, 13/11/54)

Penso solo alla Chiesa
Non dò assolutamente nessun peso a ciò che può essere il mio amor proprio o altro aspetto mio: penso solo alla Chiesa, a Gesù, per decidere ciò che pare convenire di più.
(Diario, 1/62)
 
Com’è bello il tuo cammino
Gesù, come è bello il cammino che hai fissato per me, senza nessun passo nella linea dell’autorità. Se no, forse perdevo tanta possibilità per predicare il bene generale della Chiesa al di sopra di ogni ambizione, interesse ecc.; arrivare fino alla fine così, un povero prete.
(Diario, 4/62)
 
Docilità
Trattandosi del rapporto con Dio, evidentemente l’amicizia con lui deve avere da nostra parte una delicatissima nota che tutta pervade: la docilità, quanto più tanto meglio. Gesù è disceso dal cielo per compiere la volontà di colui che lo ha mandato, e adesso chi ama lui deve compiere la sua volontà.
(Manuale Fondamentale, p. 282)

Fiducia
Le difficoltà sono molte e continue, ma io affido tutto a voi e mi considero un piccolo segretario, anzi un velo attraverso cui Gesù fa ciò che vuole lui… E’ tutto vostro, è tutto per voi, ciò che accade qui.
(Diario, 1/11/54)

Fiducia cieca in Dio
Nella mia vita sono ormai anni e anni che faccio sempre i passi nel buio, fidando in Gesù, quando sono certo che è Lui che vuole, e sempre sono riuscito: non sapevo bene le lingue quando andavo all’estero, non avevo vie e predicavo, non chiedevo soldi e sempre avevo il necessario… Gesù non ci farà mancare il pane, anzi, la casetta la vorrei più grande di com’era l’altra già fissata.
(Diario, 30/12/54)

Resti Lui solo ad amare e agire in noi
Sarebbe concetto incompleto, far coincidere la vita spirituale con la sola pietà. Al contrario, il modello di un agire perfettamente penetrato d’interiorità – intesa come cibarsi continuo della volontà di Dio – lo ha fornito lo stesso Gesù. Si può definire la vita spirituale in una sola parola. Lo ha detto lui: Io sono la vita. E’ lui, che viene a possederci e ad assorbirci da dentro. Occorre assoggettarsi personalmente a lui che manifesta il suo volere nelle forme illustrate dalla teologia spirituale; pian piano renderlo talmente padrone di noi, che resti lui solo ad amare e ad agire dentro di noi come lui vuole: “Per me vivere è Cristo”.
(Manuale Fondamentale, p. 282)

Fedeltà alla volontà di Dio
Ho in cuore una soave nostalgia di distacco: Gesù, se Tu volessi, lascerei tutto senza amarezza, con un bell’atto di amore per i fratelli, e verrei con Te solo nella contemplazione. Ma credo che Tu non vorrai... Aiutami a essere fedele e a edificare con l’ubbidienza giacché pare che ho scandalizzato con l’imprudenza.
(Diario, 1/62)

 
Non sfuggire un istante al vostro possesso
Maria Santissima, io predico in tutti i toni la riforma della Chiesa, e dico di presentare un messaggio del Papa. In realtà fino ad oggi sono io che… trascino la Chiesa. Maria, che non sia una follia, e soprattutto che non danneggi nessun’anima. A me pare di stare ininterrottamente sotto l’influsso e la guida di Maria e di Gesù. Fate che io vi serva sempre, come un bambino, uno schiavo, un servitorello, un nulla. Vi chiedo solo la grazia di non sfuggire mai un istante al vostro possesso e alla vostra guida totale.
(Diario, 11/10/53)

Ciò che Voi volete

Mi pare proprio che la mia persona è completamente subordinata a te. L’amor proprio forse preferirebbe fare l’oratore, ma ciò non ha più nessuna voce. Unicamente voglio sapere ciò che tu vuoi. Maria, se Gesù mi vuole formatore di sacerdoti, animatore di riformatori anziché predicatore, io sono felice e accetto fin d’ora: che si faccia solo che voi volete.
(Diario, 24/12/53)

Fedeltà verso tutti i desideri di Dio
Posso dire di aver raggiunto lo stato di fedeltà?… Non oserei affermare di essere arrivato alla fedeltà oggettiva, verso tutti i desideri di Dio su di me. Le deficienze di fronte a quell’ideale sono sempre innumerevoli. “Anche se non sono consapevole di colpa alcuna, non per questo sono giustificato; il mio giudice è il Signore!” (1Cor 4,4). Così esclamava Paolo, vaso di elezione… Feci per molto tempo l’esame particolare su questo: se in ogni momento avevo o no l’impressione sincera di aver compiuto il possibile per contentare Dio in ogni suo desiderio. La coscienza si veniva formando così sempre di più: sensibile e sicura, quanto normalmente può esserlo al medesimo tempo. Grazie a Dio, era semplice, pur apparendomi notevolmente delicato… Anno per anno mi pare che la settimana di esercizi spirituali abbia raggiunto chiarezza nello spirito. Tappe nettissime. Ne conservo tutte le conclusioni scritte: esame continuato di coscienza, insieme programma concreto di vita nella ricerca della fedeltà, elaborato a tappe con l’aiuto della infinita misericordia di Dio.
(Manuale Fondamentale, p. 205)

Voto di fare il meglio possibile
Nell’ultimo anno di formazione, ebbi una gran luce. Mentre recitavo il breviario di santa Teresa d’Avila, il 15 ottobre 1937, mi colpì il voto emesso da lei di compiere sempre il meglio che avrebbe visto concretamente possibile, momento per momento. Mi parve che di fatto quello era lo stato di vita, che almeno in teoria mi sforzavo di attuare già da molto. Ed era così bello, così semplice, quasi mi pareva assurdo pensare di essere altrimenti. Quando quel giorno uscii al passeggio con un compagno – lo ricordo bene – mi sentivo estremamente libero e felice: completamente libero con la mia coscienza segreta, senza altre norme, perché quella era completamente e solamente legata a Dio. Mi pareva di ballare per le strade, tanto ero libero… Quel voto l’ho ancora. Lo rinnovo negli esercizi spirituali. Lo osservo? Spero proprio.
(Manuale Fondamentale, pp. 205-206)

Superare la prudenza normale
Vado pensando alla prossima udienza [col Papa]. Chiedo consiglio a P. Rotondi… mi dice: “Io penso che a lei è impossibile dare un consiglio, perché lei ha criteri e certezze che superano la prudenza normale. Io per me andrei dal Papa a offrirgli tutto ciò che siamo e abbiamo, chiedendogli che ci dica cosa vuole da noi, e poi ci lasci lavorare benedetti. Ma capisco che lei [ndr Lombardi] non può parlare così: lei ha delle certezze per cui, se il Papa per esempio le dicesse che va tanto bene l’Opera coi Gesuiti, lei continuerebbe a pensare che ciò deve poi cambiare. Per lei dobbiamo tutti pregare, che Dio la assista, ma lei deve seguire la sua ispirazione e la sua linea come ha fatto finora. Ho molto pensato su tale risposta di Rotondi, che non pone in dubbio la mia ubbidienza al Papa, ma riconosce che io credo di avere certezze che mi vengono ancora da più su, e trovo che P. Rotondi ha ragione.
(Diario, 25/11/66)

Nessuna evasione
I progetti di Dio sono tremendi e non permettono evasioni a chi si è abbandonato totalmente in Gesù.
(Diario, 19/4/65)

Devo aprirmi a un nuovo passo
Per rispondere al piano di Dio, non devo chiudermi in me stesso, ma aprirmi ad un nuovo passo: “sulla mia morte deve trionfare la Sua vita”, come semplice condizione perché Gesù possa vivere ed agire liberamente in me, come Signore assoluto.
(Esercizi Spirituali, Varese, 11–18/8/53)

Immerso nel Piano di Dio – come in un fiume
Alcuni insinuano delicatamente che io dovrei essere più forte… più attivo nel prevedere e dirigere certi eventi. Io però sento qualcosa che molte volte me lo impedisce: io sono come in un grande fiume, il piano di Dio, e tutto mi sembra che mi porti avanti così, senza quasi possibilità di scelte mie attive: Dio agisce intorno a me in un certo modo che mi sembra vietare altre iniziative. Io lascio moltissime volte che le circostanze maturino le cose, più che guidarli io, e vedo in ciò la volontà di Dio.
(Diario, 22/9/64)

Tutto per amore: Testamento di P. Lombardi

La Chiesa è un culto degli uomini per amore di Dio. L’Amore è l’incontro con Dio. Valorizzare, per amore dell’uomo, tutte le forze spirituali. La più grande miniera e riserva per trasformare l’Amore di Dio in amore degli uomini, è riflettere sulla virtù teologale dell’amore dei fratelli. Il Cristianesimo trasforma in virtù teologali le principali virtù umane. La fondamentale che è la carità diventa direttamente “Amore di Dio”. Ogni amore per gli uomini diventa amore di Dio. La conseguenza di questo Amore teologale è “trattare bene tutti”. E trattando bene gli uomini trattiamo bene Dio. Sembra impossibile fare del bene a Dio, però quando lo facciamo agli uomini, lo facciamo a Dio. “Vogliate bene agli uomini”. Questo Amore comprende la virtù teologale che è la più alta di tutte, cioè l’Amore di Dio. Queste poche parole sono state la mia vita.
(Diario, 5/7/79)

 
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PER RICORDARE MONS. LUGI SARTORI
presidente emerito del'Associazione Teologi Italiani
morto il 2 maggio 2007
Sono due testi del 1977,  vivi e luminosi.
 
Sono acqua di montagna.
SPIRITO SANTO E STORIA
Atti del convegno teologico tenutosi a ROANA, nell’aprile 1976
Raccolti in Spirito Santo e Storia,  editrice AVE, 1977
a cura di Luigi Sartori

INTRODUZIONE e RIFLESSIONI DI «BILANCIO»  di Luigi Sartori

INTRODUZIONE (pp. 7-11)


La storia, oggi, fa problema; in profondità. Non si tratta solo di un palcoscenico, o di un tessuto di pagine; che solo indirettamente sono interessanti all'occhio dello spettatore o del lettore, in quanto «supportano» i segni degli attori o degli scrittori. Non fa problema solo quanto avviene nella storia, è la storia in se stessa che provoca interrogativi.

Sono chiamati in causa i filosofi; a disputare sui fondamenti remoti della storia, sulle «condizioni di possibilità» del divenire per rapporto all'essere: l'unità dei fatti umani ha una sua consistenza? e di che natura? o si tratta di «illusione»? l'unica realtà è quella atomistica dei singoli atti successivi? o è possibile concepire una rilevanza di alcuni rispetto ad altri, almeno del «momento partenza-inizio» o del «momento-arrivo-fine» della storia? la vicenda che senso ha, come si «consuma» o si «ritrova» nel suo punto «alfa» od «omega»?

Gli storici di professione devono badate a problemi più particolari e concreti: come cogliere e leggere i fatti? come legarli tra loro, senza far violenza? come interpretarli? in che senso si possono fissare canoni generali di lettura e di ermeneutica, e si può parlare di classi, di valori, di categorie, di leggi...? che significato hanno termini come «svolta storica», «fermento storico», «movimento storico», «rilevanza storica», e in genere tutti quei termini che sembrano dare consistenza e realtà particolare a degli «insieme» o «gruppi» di fatti contemporanei o successivi? come si fa a parlare di connessione tra presente e passato, e viceversa, e di indicazioni emergenti dai fatti più o meno remoti del passato?   

Oggi, tutta questa problematica ha acquistato un sapore nuovo; perché l'interesse si è spostato dalla «storia già compiuta» alla «storia da farsi». La curiosità è rivolta attivamente al futuro. Interessa dominare il corso degli avvenimenti, per disegnare programmi d'azione, per produrre storia. È il fare storia che ingloba ogni altro problema. Ecco allora la convocazione di altre discipline: dalla psicologia, alla sociologia, e più in generale all'antropologia. Si vorrebbe poter decifrare il futuro; al posto della «magia» o della «divinazione» si pretende costruire una «futurologia» scientifica a partire dall' apporto di varie discipline.

In questo nuovo contesto culturale la fede cristiana esige profondi ripensamenti. Il tema della «salvezza» ha chiesto sempre di più il confronto con i progetti umani: i grandi problemi di emancipazione e di liberazione sociopolitica di grandi settori di umanità (non più solo di classi o gruppi sociali, ma anche di popoli e di aree intere di popoli, i continenti, ed entro i popoli di intere sezioni verticali come le donne e i giovani...) hanno domandato nuova riflessione sullo specifico cristiano e della chiesa nel contributo da offrire alla umanizzazione della storia, alla promozione dell'uomo.

Il cristianesimo ha già prodotto «una storia»; noi ne siamo eredi. Ma dal lungo processo di «secolarizzazione», a partire dal Medioevo fino ad oggi, è nato un senso di stanchezza; le redini del «produrre storia» sembrano passate in altre mani, con orgoglio dei nuovi artefici e con amarezza dei vecchi. La chiesa è alle soglie di una nuova epoca, in cui dovrà sostenere con simpatia anche se quasi dall'esterno, o in seconda fila, certamente non da protagonista, le imprese e gli sforzi di chi si è reso maturo, anche per merito suo e dovrà offrir li volentieri la propria partecipazione di servizio specifico.

Ma condizione previa per raggiungere questa mèta è la capacità di «profetizzare ». Si dice talvolta che la chiesa oggi deve concentrarsi nel ruolo, ridotto ma necessario  e importante di “funzione critica”, dio “coscienza critica” dell’umanità. E’ dire ancora poco; la “critica” non è tutta, né forse la principale missione della chiesa. Dire “profezia” è dire qualcosa di più autentico, di più biblico, di più completo e ricco. Il mondo ha bisogno di “profezia”, più che di “futurologia”. Di una profezia che possa, eventualmente, armonizzarsi con l’autentica futurologia; di una profezia che sia tenuta costantemente viva come un domo costitutivo dello stesso “agire storico”, e perciò espresso da una comunità “profetica”, immersa nella storia, ma libera dalla storia, perché a contatto con fonti segrete e superiori alla storia. La chiesa deve rivelarsi  come il luogo ove lo Spirito si dà a conoscere. Non il luogo esclusivo dove lo Spirito opera; perché allora l’agire dello Spirito sarebbe circoscritto e discriminante: tutta la storia è luogo dello Spirito. Ma la chiesa deve costituire il luogo della decifrazione dello Spirito; dove Egli viene riconosciuto e si manifesta.

Ecco tornare in primo piano il problema del «discernimento dello Spirito». Finora, o meglio da lungo tempo, il tema del «discernimento degli spiriti» sembrava un capitolo molto particolare e singolare di una teologia per stati di perfezione", per situazioni di «élite»: la teologia ascetico-mistica. L'argomento sembrava circoscritto a «storia dell'anima», nel filone segreto delle coscienze individuali e degli itinerari individuali sei singoli cristiani chiamati alla santità. Oggi è diventato di nuovo problema centrale della chiesa. Riconoscere lo Spirito quando agisce nella storia è importante tanto quanto riconoscere in Cristo il Figlio di Dio; si tratta di infatti, del prolungamento dello stesso mistero  di Dio che si nasconde (per rivelarsi) nell’uomo e nella storia.

A questo proposito è dedicato il presente volume, che raccoglie riflessioni proposte e dibattute in un convegno teologico tenutosi a Roana (Vicenza) nell'aprile 1976. Qualcosa era stato precedentemente detto, in un precedente convegno (di cui si possono vedere gli Atti in «Salvezza cristiana tra storia e aldilà», ed. AVE 1976). Prolungando nella stessa ospitale sede (per iniziativa dello stesso gruppo dei Teologi Triveneti, e del medesimo Istituto di Cultura Cimbra di Roana) le riflessioni sul tema della storia, è stato piu direttamente affrontato il problema dei criteri per un discernimento della presenza e dell'azione dello Spirito Santo nella storia.

Qui sono date le principali linee di risposta. Anzitutto due introduzioni generali: quella di Sartori mira ad offrire un panorama generale dei problemi e delle piste di orientamento per la soluzione; e quella del Prof. Ratzinger di Regensburg (anche questa volta partecipante di primo piano del Convegno Teologi Veneti a Roana) sottolinea con forza alcune linee di tendenza del pensiero cristiano (dalla Bibbia ai Padri alla teologia moderna) che specificano la concezione autentica del cristianesimo per rapporto allo Spirito e la storia, linee che vanno tenute presenti criticamente quando si voglia non cadere nelle utopie immanentistiche moderne.

Seguono importanti contributi analitici sul piano filosofico, su quello sociologico, su quello biblico-patristico. Particolare rilievo si è voluto dare al tema del «discernimento degli spiriti» a partire dalla teologia spirituale, perché quella è la matrice diretta del modo nuovo di riprendere il problema. Inoltre s'è mirato ad offrire alcuni « saggi» o esempi di lettura e discernimento in atto dello Spirito, in momenti recenti della vita della chiesa. Alla fine si pone un contributo più specifico di teologia teoretica sul tema tanto palleggiato, oggi, ma forse ancora con troppa superficialità, dei « segni dei tempi ». Il problema dei pentecostali-carismatici è stato tenuto presente, ma è rimasto sullo sfondo.

Crediamo che quasi tutti gli aspetti del problema siano stati presi in considerazione, anche se con ampiezza e generi letterari alquanto diversi. Confidiamo nella intelligenza del lettore; il quale saprà armonizzare anche le tinte del quadro: saprà, cioè, valorizzare anche ciò che è dato per accenni brevi, o soltanto nella luce condensata di saggi esemplificativi.

Imparare a leggere un po' di piu il libro della storia, imparare a scoprire un po' meglio ]a presenza dello Spirito negli avvenimenti, è un traguardo troppo importante per la fede, perché si possa trascurare qualcosa di ciò che può aiutarci a fare piu speditamente almeno qualche passo in avanti nella capacità di donare «profezia» e cioè luce divina al cammino della vita.


RIFLESSIONI DI «BILANCIO» (pp. 211-218)


Il tema « Spirito Santo e storia» è vasto e aperto come il mare. Altrove, come in Germania, la teologia ha preferito, in questi anni, riscoprire la «pneumatologia» quale problema teologico ancora interno alla chiesa: qual è il rapporto dello Spirito Santo con Cristo, con la chiesa? E sono maturate prospettive cristologiche ed ecclesiologiche interessanti, ma ancora «interne» alla fede; quali, il Cristo come supremo «evento nello Spirito», e la chiesa come «sacramento dello Spirito».

Un po' dappertutto, nella chiesa attuale, si avverte una focalizzazione del discorso dello Spirito nel fenomeno dei gruppi carismatici, o entusiasti, o pentecostali. Ma noi riteniamo che la prospettiva più ampia sia che meglio risponde alle urgenze attuali. In questa linea, dalle riflessioni riportate in questo volume che ora chiudiamo (e che riflettono gli orientamenti di un convegno teologico), risulta un'accentuata attenzione al rapporto dello Spirito Santo con la storia o meglio della storia con lo Spirito Santo.

Volendo raggruppare in qualche punto più preciso le linee di tendenza della nostra comune riflessione, possiamo elencare i seguenti 5 momenti.

1. - Anzitutto, il problema antico del «discernimento dello Spirito» ha fatto un salto di qualità: ha ricevuto una dilatazione universale. E’ il processo di secolarizzazione che ha condotto a questo ampliamento e a questa universalizzazione. In un certo senso si tratta di un «recupero» di pienezza e di ricchezza, che affonda le sue radici nel mistero trinitario, e nel mistero della «storia della salvezza».

Generalizzando lo spazio e il tempo dello Spirito (lo Spirito è signore e attore in ogni spazio e in ogni tempo) si accentua l'impegno di attenzione alla totalità. E su questa linea si è costretti ad affrontare il tema dell'incontro critico con visioni universali alternative, in primo luogo con l'Hegelismo e i suoi derivati, e con tutte le prospettive totalizzanti. Il rischio, infatti, anche per la teologia che pretende visioni onnicomprensive, è quello di forzare i tratti universalizzanti, fino a sacrificare l'autonomia e la specificità degli elementi, tendendo ad un livellamento monistico e assorbente.

Ma la teologia non deve temere questo rischio, che fa parte del prezzo necessario da pagare perché si realizzi l'ampliamento degli orizzonti, a beneficio della fede ma anche dell'umanesimo. Importa solo armarsi di precauzioni contro il rischio. Ci è sembrato che, per attuare tale precauzione, sia soprattutto importante sottolineare la gradualità dinamica e la discontinuità della presenza-azione dello Spirito entro la storia.

C'è un «continuum» ma di «libertà»; e quindi si danno «ascese» verso momenti forti ed apici di «evidenza» e di «presenza», e si danno «discese» verso il nascosto e l'invisibile. La verità e perfino l'ambiguità non sono mai tolte o disattese. Se la luce del discernimento dello Spirito si può rendere sempre maggiore, utilizzando tutte le luci disponibili, anche dalla sfera del mondo dei valori secolari (scienze, tecniche, esperienze), non per questo si cade in un generico e indistinto «illuminismo», che equipara tutte le sorgenti di luce. Come in un discorso, alcune parole o giudizi sono «chiave» di lettura che, mentre anche possono ricevere luce da tutto il resto, sono soprattutto fornitrici di luce (in un andirivieni dinamico e progressivo), così nella storia lo Spirito non agisce mai contro se stesso, e la sua coerenza sta soprattutto nel portare verso «i monti» della sua chiarezza, e spingere ad utilizzare a pieno il meriggio con essi disegnato sull'orizzonte della storia.

Il salto di qualità in tema di discernimento dello Spirito sta proprio in questa apertura all'universale, entro cui la fede non è più sola, ma si pone necessariamente in dialogo e in cooperazione con altre - considerate «estranee» sorgenti di luce; con tutti i problemi che questo tipo di «universalizzazione» comporta.

Ma già nel passato, questo processo di apertura universale aveva compiuto dei passi. Dallo « Spirito» al singolare, si era passati a «gli spiriti» al plurale, non solo per rapporto ai due spiriti, del bene e del male, ma per rapporto più genericamente ai «moti spirituali». Si era giunti anzi ad una concezione molto antropologica di «spirituale» e di «moti spirituali». Il passo alla psicologia era facile. Discernere lo spirito includeva anche lo studio psicologico dell'individuo e del suo cammino umano. Nei tempi moderni, si poté così introdurre nel discernimento degli spiriti anche l'analisi del profondo, l'attenzione al momento e dinamismo «inconsci», la psicanalisi.

Oggi lo spazio si è allargato a comprendere tutt'intera la storia; ecco allora convocate tutte le discipline interessate all'uomo storico. L'esigenza di interdisciplinarità si è approfondita, perché il principio di totalità porta questa volta all'autentico «tutto». Non basta la fede; né la filosofia; né la scienza; occorre anche il contributo della tecnica. L'armonizzazione dei vari momenti diventa sempre più urgente; come la loro migliore distinzione. Unire e distinguere.
2. - Il problema delle mediazioni culturali, allora, torna in primo piano. Il vecchio metodo deduttivo e inglobante rendeva facile il procedimento della teologia; col pretesto del suo ruolo di «regina», essa passava volentieri sopra  la testa delle altre discipline, e correva diritta ai traguardi delle sue conclusioni sintetiche. La luce superiore dava quasi diritto di disattendere le altre luci. «Riconoscere» dispensava, quasi, dal «conoscere».

Oggi non è più possibile, nemmeno «de facto», non solo «de jure», realizzare questo monopolio e questa velocità. «Conoscere» è un'impresa sempre più seria e delicata. Il primo dovere verso la verità, verso lo Spirito, è di non costruire arbitrariamente il proprio oggetto, non manipolare i fatti, restare in e in attesa, prima di pronunciare giudizi. Il «riconoscere» richiede tutto un lavoro «comune», un camminare insieme. Per raccogliere tutto il passato (il presente, infatti, non è una novità assoluta che emerge sul nulla e sul vuoto) è necessario disporre della competenza di tutti gli esperti. Richiede la capacità di verificare ma anche di farsi verificare; di critica e di autocritica, e, quel che è più difficile, di sottomettersi alla critica altrui. Giudice migliore è colui che si sottopone a giudizio per disporsi meglio a giudicare; e rimane in atteggiamento aperto al giudizio suo e altrui, presente e futuro.   

La profondità dell'ascolto richiede poi, quasi paradossalmente, capacità di inserimento nella storia, il viverci dentro in pieno, e capacità di trascendimento, il riuscire a trascenderla.

Infine la «mediazione», perché si realizzi e sia feconda, domanda strutture che favoriscano appunto la comunione tra luce di fede e luce di ragione, in corrispondenza alla complessità delle discipline e degli strumenti portatori dell'una e dell'altra luce. Strutture di mutuo ascolto; di dialogo; di esperimento; di diagnosi, di verifica, di critica; di esplorazione... La profezia dev'essere pienamente «dono»; ma anche pienamente impegno e conquista.

3. - La complessità articolata del «discernimento» fa supporre automaticamente limiti e difficoltà. Su questo punto la nostra riflessione ha conseguito consensi unanimi. Gli stessi grandi classici del «discernimento degli spiriti», entro la teologia ascetico-mistica, rivelano un profondo senso di moderazione. È raro il caso di giudizi certissimi e senza appello. È più normale l'appuntamento con la probabilità, che non consuma del tutto il timore di sbagliare. Inoltre il giudizio stesso rimane un momento di storia soggetto al divenire; cioè alla varietà e alla variazione. Giudicare un movimento implica entrare in movimento. Ciò spiega la diversità di giudizi, talora, su medesimi fatti. Ciò spiega il variare delle prese di posizione. Cambia l'oggetto (che è un «movimento»), ma cambia lo stesso soggetto che guarda, cambiano i suoi punti di vista. Perché il primo effetto dell'incontro tra il vecchio e il nuovo, tra osservatore ed evento osservato, non è il puro vedersi e giudicarsi; è invece il mutuo, anche se inavvertito, reagire, il mutuo aggredirsi e trasformarsi: l'antico resiste ed evidenzia al massimo i valori di cui è portatore, lo stesso fa il nuovo, ma nel frattempo il vecchio riscopre magari sepolti i valori espressi dal nuovo e li sente come propri, il nuovo trova vie di incontro e di armonizzazione; e infine è possibile la simbiosi feconda.

Certamente, al primo incontro, è più facile scoprire il «negativo»; e perciò il discernimento dello Spirito riesce anzitutto meglio nel cogliere i «segni» che denunciano 1'«impossibilità» o 1'«improbabilità» di una presenza dello Spirito; e più su si arriva ai segni che aprono le  porte alla «possibilità» che si dia presenza di Spirito Santo, una specie di «nulla osta»...; il traguardo dei segni positivi si pone solo più in là, e con maggiore difficoltà. Ciò spiega certi ritardi, ed anzi il cosiddetto «costituzionale ritardo sui tempi» nel riconoscere i profeti. Certamente, solo a tempo esaurito è possibile un giudizio esauriente. Il giudizio è sempre qualcosa di escatologico, di eterno che misura il tempo. Si arriva a dire che non esistono criteri di discernimento che valgono per tutti i tempi (eccetto il manipolo dei segni negativi, o dei segni di «nulla osta»). Ogni epoca non solo ha i suoi « segni dei tempi» e i suoi modi di presenza dello Spirito; ma, per ciò stesso, ogni epoca deve ricorrere anche a suoi particolari criteri di discernimento.

Il dogmatismo è così sconfitto in radice; così come ogni pretesa trionfalistica ed imperialistica di possedere, anche solo «conoscitivamente», la storia. In questa luce l'obbedienza acquista il suo valore di «umiltà» nei confronti della storia; per agire non è necessaria la certezza assoluta su tutti gli aspetti del concreto momento in cui si viene a conoscere la nostra azione; se si dovesse agire sola quando si possiede la luce assoluta, non si agirebbe mai; qualcosa di «rischio», di remissione al futuro, deve sempre connotare l'autentico agire umano. Il dogmatismo pratico (di cui ha bisogno chiunque è impegnato nell'azione concreta) deve attingere da altre fonti. Non per nulla la morale classica ha chiesto che l'atto morale possa raggiungere la certezza anche nel caso in cui non può essere raggiunta la verità: si deve agire con coscienza certa, anche se questa non può essere dogmaticamente vera; si deve poter passare alla coscienza certa anche a partire dalla coscienza nel dubbio.

L'apertura alla preghiera, alla invocazione dello Spirito, resta momento essenziale del discernimento. Lo Spirito che agisce deve, in fin dei conti, essere il protagonista anche della propria scoperta; come nella Bibbia traviamo eventi che chiedono luce alla parola, e parole che si fecondano nella ricchezza di luminosità destata negli avvenimenti; cosi l'azione dello Spirito chiama ulteriore luce dello Spirito per scoprire quella sua stessa azione.

Ma tutto questo, preghiera ed obbedienza, sarà tanto più sincero ed autentico, quanto più crescerà su di un forte senso critico, su di un forte senso dei condizionamenti e dei limiti in cui si trova immerso lo stesso profeta chiamato a giudicare, e il suo stesso atto profetico di discernere e di giudicare, si tratti pure del soggetto profetico «chiesa».

4. - Particolare insistenza merita aggi il tema della «dialetticità» degli stessi segni della presenza dello Spirito. Qui c'è bisogno di integrare il discorso della «Gaudium et Spes», il quale - per motivi che si comprendono - ha valuto espressamente reagire contro una precedente situazione di una certa autosufficienza della chiesa e di una certa chiusura al mondo, ma ha rischiato di sottolineare un certo privilegio dei segni positivi od ottimistici. Lo Spirito parla là dove emergono indicazioni ed offerta di valori.

La «teoria critica», richiamata soprattutto dai sociologi, è un fatto culturale che ha interessato la chiesa, piuttosto dopo il Vaticano II, anche se la sua influenza culturale è anteriore ad esso. Ebbene, questa teoria ha quasi privilegiato 1'«uomo negativo», il «perdente» nella storia: la storia parte sempre da vuoti, da schiavitù, da alienazioni; sono gli «ultimi», le «vittime» che gridano ed aprono i solchi del movimento, delle onde del nuovo. La teologia ha ripreso, così, una certa dimestichezza (per un po’, prima abbandonata) can i temi biblici del «povero», del «servo di Dio», della «liberazione», della croce, del valore delle «cose che non sono» (Dio ha scelto i deboli per confondere i forti, la follia della croce per sconfiggere la sapienza dei sapienti).

Saper vedere Dio nelle sconfitte, la luce nelle ombre, la Spirito negli insuccessi, nelle crisi il dinamismo della storia della salvezza..., nella pochezza la grandezza, nell'inefficienza l'efficacia, nel non essere l'essere. L'azione dello Spirito nella storia non si presenta sala come «assunzione» di valori, ma anche come «irruzione» di valore nel deserto; è anche rottura, e non solo continuità. Il realismo non dovrà essere né solo amaro pessimismo, ma nemmeno solo ottimismo.

5. - Infine va sottolineata l'importanza della prassi. In ultima analisi la presenza dello Spirito è connotata dalla vita. Egli è Spirito «vivificante». L'albero si conosce dai frutti. La storia è autentica se prolunga la vita, se è feconda di vita. Già l'uomo biblico misurava la benedizione divina dalla prole; l'aver figli che prolunghino la vita del padre oltre il suo presente è segno di storia, di capacità-dono di fare storia. La continuità del padre è nei figli.

Il concetto di «procreaziane» nello Spirito si è fatto più ricco e vario. Prolificare, fare storia, è nel senso più profondo accendere vita, accrescere vita. Si ha quindi nella trasformazione della realtà, infra-umana e umana; sia nel senso di «liberazione» («da», e «per») da ogni condizionamento frustrante o alienante, e sia nel senso di «promozione positiva» di tutte le possibilità e di tutti i valori reali. Ogni evento che trasmette questo messaggio e dilata questo ritmo è in radice segno dello Spirito. Chiunque provoca luce o sprigiona intelligibilità dagli eventi e dalle cose, è come se donasse figli alla storia. La luce dello Spirito va messa sul moggio; non va solo scoperta; chiede di essere pubblicizzata, evangelizzata, resa disponibile, in atto, per l'umanità, valorizzata... Anche solo esprimerla e comunicarla è una specie di creazione.

Fare è l'imperativo del cristiano, soprattutto del profeta. Anche se il «fare» profetico è soprattutto produrre coscienza di significati più che fatti, perché nei significati i fatti crescono e raggiungono vittoria sulla singolarità limitata e sulla caducità, perché con i significati i fatti entrano in un disegno superiore, nella trama dell'amore  di Dio. Ma il profeta deve anche verificare la luce che egli decifra, deve operare nei propri fatti la verifica dei  significati scoperti. In lui dovrà soprattutto manifestarsi l'agire come dono, come libertà, come gratuità; e perciò come letizia. In un mondo dove tutto è programmato su misura di calcoli interessati ed utilitaristici, per non dire più esplicitamente su misura di prezzo in denaro o in dare-avere, e compra-vendita, il segno dello Spirito si dà soprattutto nella libertà che si fa carità, nella carità che si fa libertà, dove appunto il dono è grazia, è pura comunicazione di vita che chiede solo di comunicare. Lo Spirito di Dio è l'Amore di Dio.


 

 

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