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Pensieri di p. Lombardi: |
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Brasile: il gigante fragile |
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Agorà di Avvenire 29.4.2007
Diceva de Gaulle: «Il Brasile è il Paese del futuro, ma lo resterà
sempre». Il Paese che Papa Benedetto XVI troverà il 9 di maggio, quando
atterrerà a San Paolo per la sua prima visita apostolica in Brasile,
continua ad essere quello che da decenni è: la nazione di un futuro
sempre troppo lontano. Il colosso dell'America Latina non riesce a
liberarsi delle sue contraddizioni neppure sotto la guida del
presidente-operaio Ignacio Lula da Silva che proprio dello sradicamento
della stridente iniquità sociale e della lotta al clientelismo, alla
corruzione e al corporativismo aveva fatto i suoi cavalli di battaglia
elettorali.
Il presidente-operaio, ex sindacalista e cofondatore del Pt (Partido dos trabalhadores, Partito dei lavoratori) preferisce governare prudentemente, a piccoli passi, sempre attento a non urtare la suscettibilità dell'opposizione di centrodestra, a volte dando quasi la percezione di esserne ostaggio. A cominciare dall'economia. La linea scelta da Lula fin dal 2002 non è mai sostanzialmente cambiata: tassi altissimi per contenere l'inflazione, programmi assistenziali per le fasce più umili della popolazione, spesa pubblica elevata finanziata da un carico fiscale soffocante. La forte attenzione al sociale, attraverso programmi assistenzialisti, ha garantito a Lula il consenso delle classi medio-basse soprattutto nei miseri Stati del nord-est, che infatti ne hanno determinato la rielezione nonostante gli scandali. Alle regioni più remote, dove ancora denutrizione e diarrea uccidono un bambino su dieci, Lula ha garantito assistenza alimentare e beni di primissima necessità; La «Bolsa Familia», il programma che prevede un assegno alle famiglie più povere, e il «Fame Zero», che offre assistenza a chi in Brasile ancora soffre la fame, sono il fiore all'occhiello della sua amministrazione. Per finanziare e sostenere questi programmi, Lula è riuscito - per la prima volta in modo così incisivo - a sensibilizzare e coinvolgere l'opinione pubblica sulla realtà drammatica di milioni di brasiliani.
A Lula va riconosciuto di essere stato artefice di una svolta, non solo a livello amministrativo, ma morale: quella di aver toccato i cuori di vasti strati delle classi più abbienti del Paese. La sua politica assistenzialista solleva, tuttavia, le critiche degli imprenditori e di molti economisti. Luciana de Sa, dell'Associazione degli industriali di Rio de Janeiro, spiega: «Le imprese sono soffocate dalle imposte che servono in buona misura a sostenere i progetti assistenziali del governo. E, mentre la spesa pubblica sale e gli impiegati statali aumentano, non si fa nulla per snellire una legislazione del lavoro antiquata e paralizzante che impedisce lo sviluppo e la creazione di nuovi posti di lavoro».
I numeri, in effetti, danno ragione ai critici: in Brasile, pure la decima economia del mondo, nel 2006 il Pil è cresciuto appena del 2,6%, contro l'8% della vicina Argentina. La spesa per le pensioni tocca ben l'11,7& del Pil, una percentuale da economia nordeuropea e non certo da nazione in via di sviluppo con una consistente forza lavoro giovanile. Anche nella classifica delle competitività il Paese perde colpi: è sessantaseiesimo su 125 Stati. Ma il dato che forse più impressiona è quello riguardante la corruzione. Nonostante Lula le avesse dichiarato guerra, l'Associazione degli industriali di San Paolo, in una sua recente ricerca, mostra che «il fenomeno si mangia il 23% della ricchezza nazionale». La questione morale in Brasile è un'emergenza cronica. Nel nuovo Parlamento siedono ben settantaquattro deputati e senatori che hanno problemi con la giustizia e dodici politici che nella passata legislatura erano rimasti coinvolti in gravi scandali, soprattutto quello clamoroso del mensalao (una sorta di mazzetta che esponenti di primo livello del governo pagavano puntualmente ogni mese a importanti membri dell'opposizione parlamentare pur di ottenerne l'appoggio politico). Molti protagonisti del mensalao sono stati salvati dalle tante amnistie che il sistema politico brasiliano inventa per proteggere i suoi rappresentanti. Si è parlato con insistenza della possibilità di impeachment per Lula, che «non poteva non sapere» cosa stavano combinando i suoi luogotenenti.
In un Paese normale ¬- afferma l'opinionista Diogo Mainardi – il governo sarebbe caduto, ma qui siamo abituati al fatto che tutti i politici rubano». Un anno dopo il Mani pulite brasiliano, infatti, tutto pare dimenticato. E, come dice Fernando Gabeira, parlamentare del Partito verde, «buona parte degli antichi vizi continua a imperare in Parlamento» .
Difficile, con una classe politica così screditata, aspettarsi dei cambiamenti sostanziali nell'interesse della collettività. La mancanza di regole morali prima ancora che legali e di un'etica condivisa, è, del resto, il problema principale del Brasile. Un problema anche fra la gente comune, prima ancora che fra i politici. La violenza, altra piaga che pare impossibile curare, è in parte certamente il prodotto di questo vuoto morale. Recentemente il presidente Lula ha affermato che l'uso della violenza è radicato in un «problema di sopravvivenza». Come a dire che si ruba, si rapina, si sequestra per mancanza di condizioni di vita accettabili. Ma i crimini, soprattutto nelle grandi città, sono sempre più efferati. Per questo l'affermazione del presidente ha scatenato le reazioni della stampa. «Trascinare intenzionalmente un bambino fuori da un'auto rubata appeso per i piedi alla cintura di sicurezza per tredici chilometri infliggendogli una morte raccapricciante - tuonava l'autorevole rivista Veja in un editoriale - dimostra che non ci sono più limiti morali e che la violenza non è solo un problema di contraddizioni economiche e sociali». Anche se il Brasile è uno dei Paesi socialmente più ingiusti a mondo (il 20% della popolazione più ricca guadagna mediamente trenta volte più del 20% più povero) e nelle metropoli il 25% della popolazione vive in favelas, nell'opinione pubblica si è ormai consolidata l'idea che esista alla radice della criminalità un problema di valori. La povertà e l'esclusione sociale da sola non possono spiegare dati agghiaccianti: a Rio de Janeiro ci sono oltre sessanta omicidi all'anno ogni centomila abitanti (a Roma sono due). Sul come affrontare questa realtà le analisi, però divergono. La classe media parla molto di repressione, di esercito nelle strade, di revisione di un codice penale che ha enormi buchi e permette la libertà condizionale anche ai più recidivi. ' Alcuni invocano addirittura la pena di morte. Lula, invece, punta sulla prevenzione, trovando in questo l'appoggio della Chiesa cattolica brasiliana.
Economia stabile ma senza crescita. Corruzione e violenza dilaganti. Stato sociale carissimo e inefficiente. Il Brasile di oggi deve ancora risalire la china. Al tempo stesso, però, sarebbe però ingiusto affermare che nulla si muove. Spiega Marcelo Neri, economista della fondazione Geatulio Vargas: «Il Brasile non ha risolto problemi fondamentali ma, curiosamente, emerge in alcuni campi particolarmente sofisticati». Il Paese del samba, per esempio, si sta trasformando nel più importante polo al mondo di produzione di biocombustibili. In ricerca, sviluppo e utilizzazione di combustibili alternativi come il bioetanolo, destinato a sostituire gradualmente la benzina, nessuno batte il Brasile. Si tratta di un mercato potenzialmente enorme e non sorprende infatti che il presidente americano George Bush si sia rivolto proprio a Lula per siglare, il mese scorso a San Paolo, una patto strategico per lo sviluppo di questa nuova fonte energetica.
Il sostanziale immobilismo della situazione interna viene in parte bilanciato da una politica estera attiva. Il Brasile, per acquisire maggior peso all'interno dell'Onu, ha assunto il comando della forza internazionale ad Haiti. Il governo ha perso la speranza di ottenere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza. Ma LuLa non rinuncia a presentarsi come uno dei leader della nuova sinistra latinoamericana, assieme ai ben più radicali Hugo Chavez, leader del Venezuela, e Evo Morales, presidente della Bolivia. Lula cerca di consolidare la sua "terza via" rispetto al tradizionale izquierdismo sudamericano e ai recenti rigurgiti della sinistra più populista, radicale e pericolosamente autoritaria. Si pone come intermediario fra i governi più vicini agli Stati Uniti (la Colombia, ad esempio) e quelli più vicini a Fidel Castro, ed evita abilmente quei toni avvelenati contro Bush ormai di moda in tutto il continente. Il gigante sudamericano almeno a livello regionale gonfia così il petto. Dentro, però, è sempre terribilmente fragile. E i brasiliani lo sanno. Come ha scritto il columnist del International Herald Tribune Roger Coben: «I tropici sono tranquilizzanti. Il sole splende, le note della bossa nova seducono e i drammi di sempre, ancora una volta, finiscono per essere dimenticati».
I CATTOLICI TRA LA LOTTA ALLE DISPARITA’ E L’ASSEDIO SELLE SETTE
La visita che Papa Benedetto XVI compirà in Brasile dal 9 al 13 maggio prossimo, ha per la Chiesa e i cattolici brasiliani un'importanza fondamentale e rinnovata perché il Paese sempre più incarna i bisogni e le contraddizioni dell'intero continente. Il Papa inaugurerà, nel santuario di Aparecida, la V Conferenza generale del Celam (la Conferenza episcopale dell'America Latina e del Caraibi) e proclamerà a San Paolo, l'11 di maggio, il primo santo nato in terra brasiliana, il francescano Antonio de Sant'Ana Galvao. Due eventi eccezionali che, assieme alla recente nomina del cardinale Claudio Hummes (ex arcivescovo di San Paolo) alla guida della congregazione per il Clero, segnano un momento di concreta ripresa della Chiesa brasiliana.
GLI ultimi anni sono stati segnati dall'avanzata delle nuove Chiese e sette evangeliche e pentecostali. Attivissime soprattutto nelle favelas, gli evangelici seducono con le loro celebrazioni di massa, veri e propri show religiosi nei quali si invocano e si testimoniano presunti miracoli per la soluzione di problemi assai pratici ed individuali. Non di rado, fuori dalle porte delle chiese evangeliche, cartelli pubblicitari veri e propri invitano i fedeli a prender parte al culto come fossero clienti di una sorta di business dello spirito. A Rio de Janeiro, proprio in un centro commerciale di Copacabana, c'è una chiesa evangelica che sembra l'ingresso di un teatro: «Tuo figlio si è messo nei guai? Tuo marito ti ha lasciata? Soffri per una malattia? Unisciti a noi e trova la salvezza». Cesar Romero Jacob, dell'Istituto brasiliano di geografia e statistica, spiega: «Mentre la fede cattolica mette l'accento sui bisogni del prossimo, il pentecostalismo dà enfasi ai bisogni del singolo credente e della sua famiglia». Oggi gli evangelici sono il 15% dei brasiliani.
Nelle metropoli come San Paolo e Rio de Janeiro apre i battenti una nuova Chiesa ogni settimana. E questo nonostante la credibilità dei pastori sia sempre più compromessa: con le offerte (obbligatorie) dei fedeli, gli evangelici, ad esempio, hanno costruito enormi luoghi di culto e imperi televisivi, editoriali e radiofonici, ma hanno anche accumulato ricchezze personali sospette se non chiaramente illegali. L’ultimo caso ha riguardato, lo scorso gennaio, i due leader della Chiesa Renascer, Estevam Hernandes e la moglie Sonia, arrestati a Miami per contrabbando di denaro.
Ma il Brasile rimane il maggiore Paese cattolico del mondo, con circa 125 milioni di fedeli. Da terra di missione si sta ormai consolidando in una comunità matura. La voce della Chiesa risuona con autorità e vigore. Con un atteggiamento di equidistanza tra il governo del presidente Lula e l'opposizione, i prelati brasiliani hanno spesso richiamato i politici ad affrontare le grandi sfide sociali del Brasile: no alla corruzione, no ai continui aumenti di stipendio dei parlamentari, basta a un controllo demografico fondato sull'aborto de facto o sulla contraccezione di massa invece che sull'educazione alla maternità e paternità responsabili. Ma, soprattutto, alla Chiesa brasiliana, sta a cuore il grande problema della distribuzione della ricchezza. Affievolita l'ondata della teologia della liberazione, la Chiesa cattolica chiede più giustizia sociale attraverso politiche economiche orientate a creare, prima di tutto, nuovi posti di lavoro. Gherardo Milanesi
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