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Pensieri di p. Lombardi: |
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Lo stile pastorale di Martini |
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AFFINCHÉ LA PAROLA CORRA
SUL MINISTERO EPISCOPALE.
GLI OTTANT'ANNI DEL CARD. C.M. MARTINI
Il 15 febbraio 2007 il card. Carlo Maria Martini ha compiuto ottant
'anni. Il volume celebrativo curato da Marco Vergottini ed edito dal
Centro ambrosiano, Affinché la Parola corra. I verbi di Martini, raduna
numerosi e autorevoli contributi, che configurano il mosaico
dell'impegno pastorale, spirituale ed ecumenico del vescovo Martini.
Riprendiamo dal volume il testo di mons. R Corti, oggi vescovo di
Novara e tra i primi e principali collaboratori del cardinale nella
guida della diocesi di Milano.
Mi è recentemente capitato di leggere un bel testo del grande storico Henri Irénée Marrou. Lo ha scritto, per la verità, molti anni fa, nel 1943. Viene ripubblicato in occasione dell'edizione del 5000 volume di Sources chrétiennes. Si riferisce alla preziosità dello studio dei padri della Chiesa. Tra le varie riflessioni svolte ne trovo una che dice la centralità delle sacre Scritture nei loro discorsi e nei loro scritti.
«Vi è un punto che merita di essere rimarcato, a proposito dei padri. Maestri di vita spirituale, i nostri antichi sono in particolare per noi le guide alle quali facevamo appello per imparare a raccogliere dalle Scritture il profitto che sentiamo oscuramente di dovere loro chiedere. Sembra che i cristiani di oggi riscoprano giustamente che le Scritture (...) sono ancora la parola di Dio indirizzata all'anima fedele, un alimento sempre rinnovato per la vita di preghiera e di contemplazione. Ma questa è un'arte che si tratta per noi d'imparare di nuovo: i padri sono le guide più sicure, i maestri più abili che possiamo ascoltare: tutto il loro pensiero è nutrito dalla Parola divina, che avvertiamo sempre presente come sostegno di ogni passo dello Spirito. Essa regala il suo splendore a ogni frase della loro penna».'
Ciò che afferma Marrou è facile da verificare nell'esperienza e nel ministero di tanti padri della Chiesa. Penso ad Ambrogio: che cosa faceva, se non meditare le Scritture e predicarle? Ma anche Agostino, e non solo con i suoi commenti della Scrittura rivolti al popolo, ma persino nei testi di alta teologia come il trattato De Trinitate. Se qualcuno, nella Chiesa, deve tornare ai padri, questi sono i padri della Chiesa di oggi, specialmente i vescovi. E anche questi padri devono privilegiare in maniera assoluta - nella loro vita personale e nell'esercizio della responsabilità pastorale - le sacre Scritture, come fonte di vita spirituale per sé stessi e per il popolo che Dio ha loro affidato.
Mi sembra di poter dire che il cardo Martini assomigli ai padri della Chiesa per la sua familiarità con la parola di Dio e per il suo modo di esercitare il ministero della predicazione. In queste pagine, che prenderanno in modo prevalente la forma del racconto, vorrei anzitutto lasciar emergere qualche ricordo personale sia dei primi incontri con il cardinale, sia dell'esperienza vissuta a lungo accanto a lui. Vorrei poi dare spazio alla «sorpresa» che noi sacerdoti percepimmo ascoltando la predicazione del nuovo arcivescovo. Allargando il quadro toccherò il tema della relazione tra la parola di Dio e l'impostazione stessa del lavoro pastorale. Con una certa ampiezza, mi soffermerò sul capitolo della predicazione, con i suoi aspetti felici e anche con quelli dolenti. Concluderò ricordando che sia colui che annuncia sia colui che ascolta hanno un unico Maestro e che il cammino del discepolato non è mai finito.2
Il vino buono
Ho incontrato per la prima volta il «predicatore» Carlo Maria Martini attorno al 1970, nel mese di luglio. A quei tempi era il biblista gesuita p. Martini. Era stato invitato in diocesi per guidare un corso di esercizi spirituali rivolto ai preti giovani.3 L'incontro si svolse all'eremo S. Salvatore di Erba, luogo tanto caro a Giuseppe Lazzati e dove sono sbocciate numerose vocazioni sacerdotali. Venne proposta la meditazione del Vangelo secondo Marco.
lo vi partecipavo anche per sostenere, nel tempo dopo la cena, una breve «comunicazione nella fede» (in piccoli gruppi) sulle meditazioni ascoltate lungo la giornata. La sera dell'ultimo giorno di quell'intensa esperienza spirituale che mi aveva toccato nel profondo, quando ormai il sole era tramontato e dall'eremo si vedevano in basso le luci della città e in alto le stelle, ebbi la netta percezione della forza e della bellezza del Vangelo. Mi sembrava veramente un vino genuino e forte, come si legge nel racconto delle nozze di Cana (cf. Gv 2,10).
Ricordo anche la celebrazione eucaristica del 5 gennaio 1980 a Roma, nella basilica dei SS. Apostoli. Era la vigilia della consacrazione episcopale di p. Martini. Mi pare di ricordare che quella sera, al momento dell'omelia, prese in mano il messalino (ambrosiano?) e, con assoluta semplicità, spiegò il Vangelo. Così sarebbe avvenuto poi moltissime altre volte. Ma già allora, e poi in altri incontri avvenuti poco dopo l'ingresso a Milano, mentre predicava lo seguivo con grande interesse.
L'ascolto diventava, in certo senso, un respiro. E piano piano offriva, a me e a molti altri sacerdoti, il suggerimento discreto e convincente di un nuovo modo di predicare. Ancora adesso mi giova ciò che mi parve d'intuire allora. Né posso dimenticare i primi incontri con i giovani, in Duomo, ai quali io stesso ho partecipato. Per i lavori in corso, solo metà della cattedrale era disponibile. Nei mesi invernali l'arcivescovo portava un grande mantello nero per proteggersi dal freddo. Il silenzio dei giovani aveva qualcosa di miracoloso. La maggior parte di loro non aveva alle spalle un'esperienza simile. Era chiaro che l'essere lì non era per loro un dovere, ma soprattutto un'attesa e una speranza.
Più di una volta ho potuto osservare i fogli degli appunti dell'arcivescovo. Mi facevano pensare non a un lavoro già ben rifinito, ma all'abbozzo di qualcosa in fieri che nasceva dentro di lui e che poteva nascere anche nei suoi ascoltatori. Penso che non rare volte sia avvenuto proprio così. Queste convocazioni dei giovani erano guidate dall'intima passione dell'arcivescovo di portarli a fare, soprattutto della parola di Dio proclamata nella liturgia domenicale, la lampada sul loro cammino. Anzi, dal desiderio che la parola di Dio arrivasse, prima o poi, alla sua destinazione più vera: il cuore di ciascuno di quei ragazzi.4
Mi sono sempre domandato come facesse a portare la parola di Dio anche in una sede inconsueta come la «cattedra dei non credenti», dove egli svolgeva l'introduzione e la conclusione e passava però la maggior parte del tempo nell'ascolto degli interventi degli altri, spesso non credenti. Eppure era così. Il suo ascolto, che era sincero e lo manteneva aperto per imparare da tutti, sembrava poi calamitare l'ascolto degli altri nei suoi confronti. Anche il non credente trovava in lui un uomo che, per la profondità della sua esistenza, sapeva comunicare qualcosa di molto rilevante.5
Una sorpresa?
Forse fu una sorpresa, per il clero ambrosiano, che il primo incontro in forma di ritiro spirituale con il nuovo arcivescovo fosse dedicato a cogliere le linee di fondo dei quattro Vangeli.6 Non fu casuale per lui né sfuggi, per la sua originalità, ai sacerdoti. Poi ci si abituò, trovando del tutto normale che, quando per esempio i sacerdoti si ritrovavano con il vescovo per il loro anniversario di ordinazione, l'intervento non fosse altro che l'omelia sul testo proposto quel giorno dalla liturgia o scelto dai sacerdoti stessi per l'occasione.
Quando, per esempio, giunsi con i miei compagni di classe al 40° di ordinazione, mi ritrovai con loro nella cripta di San Carlo, in duomo. Durante la santa messa l'arcivescovo svolse una bella omelia sui quarant'anni del popolo ebraico nel deserto e sul fatto che, come leggiamo nel libro del Deuteronomio, in tutto quel tempo i loro sandali non si fossero logorati (cf. Dt 29,1-4). Al di là del mio ricordo personale stanno i numerosi e articolati interventi che hanno come destinatari soprattutto i sacerdoti sul tema della parola di Dio e, in modo speciale, del ministero della predicazione.7
Anche nelle visite pastorali la parola di Dio era dominante. Nei vari incontri veniva offerta all'arcivescovo l'illustrazione del lavoro in atto, dei problemi aperti, delle attese e delle domande che accompagnavano la vita delle comunità. Nell'omelia conclusiva egli abitualmente si premurava, in premessa, di far emergere questi riferimenti concreti e poi compiva un discernimento spirituale e pastorale chiedendo, in modo speciale, alla parola di Dio di essere strumento privilegiato per compierlo.
In tutti i casi, la sua maniera di affrontare il testo biblico era molto attenta a evitare di far dire al testo quello che noi già abbiamo pensato, e di essere invece disponibile a lasciarsi condurre dalla parola di Dio anche in direzioni che non erano state previste.8 Il fatto che egli abitualmente scavasse nelle parole non era frutto della pedanteria di un professore abituato dalla scuola a fare analisi critica del testo. Era piuttosto frutto di una certezza di partenza: e cioè che scavando in quel terreno delle parole era possibile trovare molte ricchezze. Ed era un modo di riconoscere che non siamo noi a giudicare la parola di Dio, ma è essa a essere come la spada a due tagli, che penetra fino al midollo delle ossa.
Con quel suo stile ha sospinto tutti i predicatori a non essere superficiali, a non improvvisare, a chiedersi anzitutto quid dicit la parola di Dio e poi, guardando agli uditori e alla loro situazione concreta, quid dicendum. Era un modo semplice e vero di rispettare la parola di Dio come tale e anche di rispettare gli uditori nelle occasioni più umili come in quelle ufficiali e solenni.
Dal primato dato alla Parola nasceva la sensazione che l'arcivescovo, nei suoi vari interventi, offrisse soprattutto un'ispirazione. Certo non mancavano le indicazioni pratiche, com'è nella tradizione ambrosiana. Ma anzitutto e sempre un'ispirazione. Il che è cosa diversa dal mettere in mano uno schema o elencare una serie di cose alle quali badare. L'ispirazione aiuta chi ascolta a scendere in profondità; a interrogare se stesso e a lasciarsi interpellare; ad avvertire che gli vengono aperti gli occhi su un orizzonte di luce che permette di fare una nuova lettura della propria esistenza e del cammino dei popoli. Mentre ascolta, è come se respirasse aria pura, ossigenata, così che alla fine le stesse fatiche di prima possono essere affrontate con un nuovo spirito e una nuova energia.9
Una Chiesa pienamente sottomessa alla parola di Dio
A proposito della parola di Dio nel ministero e nella vita del cardo Martini vi è una piccola perla che, già nel febbraio 1981, dice il cammino che avrebbe voluto diventasse quello della Chiesa di Milano. Mi riferisco alla breve lettera scritta nel primo anniversario dell'ingresso a Milano. Egli si poneva la domanda: «Come vedo e desidero la Chiesa di Milano?». 10
La risposta dava evidenza a diversi aspetti tra loro complementari del volto della Chiesa, mostrandola come una realtà vivente che ubbidisce al volere del suo fondatore e, proprio per questo, la rende originale, diversa e particolarmente preziosa per ogni uomo e per l'intera società. Con qualche sorpresa, la prima risposta a quella domanda è così indicata: «E una Chiesa pienamente sottomessa alla parola di Dio, nutrita e liberata da questa Parola». Dire «sottomessa» equivale a riconoscere la parola di Dio come insuperabile termine di paragone. Dire «nutrita» fa pensare a una Chiesa che trova nella parola di Dio l'energia necessaria e sufficiente per affrontare le fatiche della vita. Dire «liberata» è come affermare che la Chiesa possiede una risorsa che le permette di non avere timore del mondo e di non cadere nella schiavitù dell'errore e della menzogna.
E bello, oltre che giusto, notare che la seconda risposta alla domanda su come vede e desidera la Chiesa di Milano verte sull'eucaristia. Scrive infatti: «È una Chiesa che mette l'eucaristia al centro della sua vita, che contempla il suo Signore e che compie tutto quanto fa "in memoria di lui" rimodellandosi sulla sua capacità di dono». Il card. Martini - che già aveva fatto ampio riferimento all'eucaristia nella lettera pastorale La dimensione contemplativa della vita, 11 e che sull'eucaristia tornerà con la terza lettera pastorale Attirerò tutti a me 12 mette qui in primo piano, in termini lontanissimi dalla sociologia e ben prossimi al mistero, il desiderio di vedere una Chiesa che s'interpreta come «memoria di Cristo», e che invita costantemente tutti i cristiani a essere memores Domini, perché solo nel Signore Gesù Cristo si compie la storia dell'alleanza di Dio con l'uomo e solo in lui è dato, sotto il cielo, di essere salvati (cf. At 4,11-12). ,.
Questa prospettiva s'arricchisce leggendo l'essere «memoria» come esigenza profonda che la Chiesa trovi la sua «forma» nel Cristo che fa dono di sé e della sua vita, fino allo spargimento di sangue. Nel Congresso eucaristico nazionale del 1983, tenutosi a Milano, la relazione svolta di fronte all'Assemblea generale dei vescovi italiani aveva come tema di fondo proprio questo: «L'eucaristia centro e forma della vita della Chiesa».13
La parola di Dio ci supera da ogni parte
Nello stesso anno 1981, in data 8 settembre, viene consegnata alla diocesi la lettera pastorale dal titolo In principio la Parola.14 Rileggendola ne rimango ancora stupito. Già la pagina d'apertura ha un taglio imprevisto, chiaramente autobiografico. Egli confessa i sentimenti che prova mentre inizia a trattare questo tema. Un passaggio commovente, ma anche qualcosa di più: chi legge questa pagina può percepire la sensazione di avere l'arcivescovo accanto a sé, anche lui in cammino, come tutti, alla scoperta di qualcosa che è più grande di noi.
Egli scrive: «Sento che la parola di Dio è qualcosa che ci supera da ogni parte, che ci avvolge e che quindi ci sfugge, se tentiamo di afferrarla. Noi siamo nella parola di Dio, essa ci spiega e ci fa esistere. Come potremmo noi parlarne, farne oggetto della nostra riflessione, addirittura farla entrare in un progetto pastorale? È stata la Parola per prima a rompere il silenzio, a dire il nostro nome, a dare un progetto alla nostra vita. E in questa Parola che il nascere e il morire, l'amare e il donarsi, il lavoro e la società hanno un senso ultimo e una speranza. È grazie a questa Parola che io sono qui e tento di esprimermi» (n. 47).
Precisa poi che la lettera pastorale non vuole essere un «piano pastorale»; e però tocca un punto nevralgico in un piano pastorale e va dunque tenuto in evidenza nella vita della diocesi perché «la parola di Dio compia la sua corsa e sia glorificata» (2Ts 3,2).15 Trova emblematico, per inquadrare ciò che intende dire, il racconto dei due discepoli di Emmaus (cf. Le 24). Il riconoscimento del Risorto allo spezzare del pane e la corsa verso Gerusalemme per annunciare questo fatto agli altri discepoli sono preceduti da un momento contemplativo e dalla richiesta che il colloquio con Gesù risorto si prolunghi: «Resta con noi perché si fa sera». A sua volta - egli fa notare - questo momento scaturisce dal dialogo vissuto con il misterioso viandante. E proprio attraverso la spiegazione delle Scritture che il cuore di quei due discepoli viene trasformato: «L'itinerario dischiuso dalla parola di Gesù incrocia lo sconsolato viaggio dei due e lo fa diventare un cammino di speranza» (ivi, 52s).
La predicazione tra speranze e difficoltà
Mentre va al cuore del tema, l'arcivescovo sente il bisogno di fermarsi a osservare le povertà e le speranze della Chiesa di oggi di fronte alla parola di Dio. Le speranze sbocciano dal fatto che, dopo il Concilio, vi è la possibilità di un accesso alla parola di Dio molto più ampia di prima. E meno male - dice -, perché la nostra fede ne ha bisogno oggi più che mai mentre siamo raggiunti da contrastanti sollecitazioni culturali. Un prolungato contatto con la parola di Dio permette di affrontarle e assicura alla Parola un ingresso più largo nella nostra esistenza, così che tutti i momenti della nostra vita personale e comunitaria vi s'ispirino sempre più (cf. ivi, 58s).
Ma occorre essere onestamente e coraggiosamente consapevoli anche delle lacune che possono accompagnare il nostro incontro con la parola di Dio. «Dobbiamo riconoscere - egli dice che non sappiamo accogliere pienamente in noi la forza di conversione, che è propria della Parola. Quante volte possiamo dire che nell'ascolto e nella meditazione "ci ardeva il cuore" (Le 24,32)? E soprattutto, vale questo per tutta la comunità cristiana? All'abbondanza e al progressivo perfezionamento degli strumenti di accesso alla Bibbia non corrisponde sempre la loro utilizzazione da parte della massa dei fedeli, né sono evidenti i frutti: un progressivo affiatamento con i pensieri di Dio e con i suoi progetti; una resa alla sua potente azione di salvezza, una purificazione della fede» (ivi, 59s).
Certo, ogni generazione di credenti ha dovuto registrare uno scarto tra le potenzialità presenti nella parola di Dio e la loro effettiva efficacia in una vita nuova. Ma intanto - egli dice - noi dobbiamo considerare il presente e far nostra la domanda posta dal card. Lustiger durante il Congresso eucaristico di Lourdes: «Come sopportare questa distanza schiacciante tra la parola del Vangelo che ci sembra portare in sé tutte le speranze del mondo e questa realtà nella quale ci troviamo con un senso di tanta mediocrità?» (ivi).
Come non predicare
Un sintomo dello scarto affiora dall'esperienza stessa della predicazione. Il card. Martini prende in esame due difficoltà. La prima è l'uso «occasionalistico»della parola di Dio. Ciò significa accostarla per parlare di tante altre cose, pure importanti, ma senza che essa venga prima ascoltata per se stessa, così da essere capita, assimilata e poi praticata. Questo atteggiamento rischia di eludere il primato della Parola per cui essa c'interroga, ci mette in questione e ci offre delle risposte solo dopo aver messo in crisi il nostro modo di porre le domande.
La seconda difficoltà è indicata in un certo «atteggiamento didascalico». Vuoi dire preoccuparsi soltanto di fare una bella lezione. «Soggiace a questo atteggiamento - egli nota - una concezione un po' semplicistica della parola di Dio: che basti, cioè, rendere presente la Parola nella sua nuda oggettività, perché si renda presente la potenza stessa di Dio. In realtà la Parola, pur recando in sé la realtà stessa di Dio, non cessa di essere una realtà storica, un segno umano di Dio. La sua efficacia si manifesta nel suscitare, interpretare, purificare, salvare la vicenda storica della libertà umana, che deve sempre essere tenuta presente con le sue aspirazioni, i suoi problemi, i suoi peccati, le sue nostalgie di salvezza, le sue realizzazioni nel campo personale e sociale. Essa agisce nello Spirito e per la forza dello Spirito, e il puro risuonare delle parole, anche se accuratamente elaborate, rischia di diventare semplicemente un bronzo che risuona (cf. 1Cor 13, 1).16
I rischi di una predicazione isolata
Le incertezze della predicazione, tra il proclamare l'assolutezza divina e l'avere attenzione alla concretezza storica, non è solo impreparazione o imperizia del predicatore. Bisogna allargare il quadro d'osservazione alla situazione più generale della comunità cristiana e della cultura attuale. Quest'attenzione conduce l'arcivescovo a svolgere una riflessione che non si può affatto dire ovvia, e che dunque merita particolare meditazione. Afferma infatti che, se la predicazione rimane un fatto isolato, difficilmente la comunicazione della fede si realizza: «Per raggiungere capillarmente le intricate situazioni storiche, la predicazione richiede d'intrecciarsi con molte altre forme di comunicazione nella famiglia, nei gruppi di amici, negli ambiti di impegno comunitario» (ivi, 62).
Con quest'affermazione non sta certamente sottovalutando la predicazione, e soprattutto quella che avviene nella liturgia. Intende invece invitare a tenere realisticamente conto che, se non c'è «un intenso contesto di fede quotidianamente vissuta, parlata, comunicata, a cui attingere e in cui concretarsi, la predicazione rischia di chiudersi in un astratto isolamento o di tentare raccordi frettolosi e impacciati con la vita concreta» (ivi, 63). Con questo richiamo egli non vuole nemmeno colpevolizzare nessuno. Desidera invece invitare a «tener conto delle condizioni culturali in cui siamo chiamati a testimoniare la fede». Tornerà su questo tema in molte altre occasioni, soprattutto in riferimento alla comunicazione della fede nella grande metropoli. Perché si tratta, anche oggi, di andare a Ninive insieme con Giona, e di affrontare l'areopago in compagnia di Paolo.17
Una predicazione regolata dalla sacra Scrittura
Il punto che sta sommamente a cuore al card. Martini è quello che egli riprende dalla costituzione dogmatica Dei Verbum, là dove si sottolinea «l'importanza di una predicazione che sia nutrita e regolata dalla sacra Scrittura». Rivolgendosi ai sacerdoti raccomanda esplicitamente che «l'omelia sia preparata sempre con grande cura. Vi si dedichi durante la settimana un tempo conveniente, iniziando di preferenza la preparazione all'inizio della settimana». Aggiunge subito un invito a guardare negli occhi gli uditori e a sentirne quasi il battito del cuore, il bisogno di luce e di speranza: «L'omelia deve far sì che la Parola proclamata venga percepita come annuncio limpido e invito incoraggiante rivolto alla concreta assemblea che ascolta» (ivi, 96).18
Onde favorire quest'abilitazione dei sacerdoti al ministero della Parola, in quello stesso anno 1981-1982 propone loro una settimana residenziale d'aggiornamento sulla predicazione. Lo fa con la fiducia che, anche in quel modo, possa venire rinnovata e consolidata «una profonda coscienza della propria responsabilità verso l'annuncio della parola di Dio».19 Con questo medesimo desiderio, che coltiva pensando a tutta intera la comunità ecclesiale, dedica tutta la parte centrale della lettera pastorale al «mistero» della parola di Dio: pagine semplici dietro le quali sta molta dottrina; sintesi espressa in modo comprensibile per tutti, ma precisa e saggia. Viene offerto l'insegnamento della meravigliosa costituzione dogmatica Dei verbum con la sua luminosità straordinaria, frutto di un travaglio grandissimo dell'assise conciliare.
Il card. Martini ne era stato testimone in prima persona e aveva vissuto tutto ciò con una viva consapevolezza dei nodi problematici consegnati al Concilio e delle chiarificazioni che lentamente erano avvenute lungo il percorso conciliare. A distanza di venticinque anni dalla pubblicazione della lettera pastorale In principio è la Parola, dirà che il capitolo sesto della Dei verbum, dedicato a «La parola di Dio nella vita della Chiesa», gli è servito come programma pastorale per i suoi ventidue anni di vescovo e che, se ne avesse altri ventidue, lo seguirebbe ancora.20 Come non accostare questa osservazione a quanto l'arcivescovo scrisse nell'ultimo anno del suo ministero a Milano, quasi come addio alla diocesi: «Vorrei consegnarvi il grande imperativo che mi sta a cuore, all'inizio del nuovo millennio: ricominciamo dalla Parola! Che cosa significhi, ognuno di noi può capirlo rivisitando il cammino delle lettere pastorali di questi due decenni trascorsi: tutto comincia dall'ascolto della parola di Dio e alla Parola ritorna come alla sorgente e alla meta che ci sta dinanzi... Ciò che mi sta a cuore è che in ciascuno degli spazi e degli ambiti dell'azione pastorale (da quelli più vicini alla nostra quotidianità, come la famiglia, il lavoro, l'educazione, la scuola, fino a quelli che allargano i nostri orizzonti, come la missione, l'ecumenismo, il servizio della carità, della
pace e della giustizia, (ndR) si lasci emergere la forza di quella Parola che illumina il cammino della Chiesa e che, penetrandoci interiormente al soffio dello Spirito, rende facile e bello l'impegno di ogni giorno: sospinti dalla Parola potremo sperimentare che il giogo del Signore è soave e il suo peso è leggero (cf. Mt 11,30).21
Discepoli fino all'ultimo giorno
L'ampio riferimento alla Dei verbum mi conduce a dare spazio a un'osservazione conclusiva. La raccolgo dal n. 8 di questa costituzione conciliare, là dove si dice che «la santa tradizione, che trae origine dagli apostoli, progredisce nella Chiesa sotto l'assistenza dello Spirito Santo». E si aggiunge che «la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, cresce sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali meditano in cuor loro (cf. Lc 2,19.51), sia con la profonda intelligenza che essi provano delle cose spirituali, sia con la predicazione dio coloro i quali, con la successione apostolica, hanno ricevuto un carisma certo di verità”.
A tema è la traditio. Secondo R. Schutz e M. Thurian essa è presentata «come una vita e un dinamismo della fede che cresce e si approfondisce. La Tradizione è la vita stessa della Chiesa santa nella fede». Dalla Dei verbum emerge «una concezione vitaledinamica della tradizione che è la vita stessa di Cristo nella Chiesa, sotto forma di un insegnamento dottrinale, di esistenza santificata, di culto sacramentale, in quanto tutto questo assicura la continuità e compie la trasmissione dell'essere stesso della Chiesa e della sua fede». 22
Nel testo conciliare viene riCordato al primo posto il popolo di Dio, del quale la Dei verbum aveva già parlato nel numero precedente con riferimento all' «incremento» della sua fede. Sull'esempio di Maria, ciascun credente è coinvolto nel progresso della comprensione della tradizione. Nella vita della Chiesa è fonte molto preziosa per una maggiore perceptio della tradizione l'esperienza data da una più profonda intelligenza delle cose spirituali.23
Tutto questo trova stimoli e garanzie nella predicazione dei successori degli apostoli, la cui rilevanza viene più volte evidenziata al n. 7 della Dei verbum. La domanda che mi pongo è se questi tre sentieri siano da immaginare come affidati distintamente all'uno, all'altro, all'altro ancora, oppure se, con tutte le dovute attenzioni e ricordando in particolare che i vescovi «hanno ricevuto un carisma certo di verità» (n. 8; EV 1/883), la giusta distinzione non rimandi a un unum, che è il progredire della tradizione «nella Chiesa sotto l'assistenza dello Spirito Santo», come afferma la Dei verbum.
Mi pare di poter dire che, nella sua vita e nel suo ministero, il vescovo si muove dentro questo insieme di luce e di grazia. Mentre esercita il ministero in favore dei fedeli, a sua volta è condotto ad accogliere tutto ciò che lo Spirito Santo dice alla Chiesa (e dunque anche a lui) attraverso i fedeli, e soprattutto quei fedeli che, nella loro grande docilità allo Spirito Santo, sono condotti a percepire con particolare profondità la rivelazione di Dio. Tra questi fedeli stanno, in modo eminente, i santi. Perciò i vescovi, chiamati a predicare con autorità apostolica la parola di Dio, sono pure chiamati a fare personalmente l'esperienza di Maria, meditando la parola di Dio nel proprio cuore. E sono chiamati ad avere l'orecchio vigile per riconoscere tutto ciò che - in mille modi - lo Spirito Santo sta dicendo alla Chiesa, per poi assumerlo come ricchezza nel loro servizio alla trasmissione della fede degli apostoli. Come diceva Agostino ai suoi fedeli di Ippona radunati per l'ascolto della parola di Dio: A considerare il posto che occupiamo, siamo vostri maestri, ma rispetto a quell'unico Maestro, siamo vostri condiscepoli e frequentiamo la stessa scuola».24 Mi sembra che così abbia sempre pensato anche il cardo Martini.
Renato Corti *
* Il presente contributo è tratto dal volume AA. vv., Affinché In Parola corra. I verbi di Martini, Centro ambrosiano-ITL, Milano 2007, qui pp. 27-47. Si ringrazia l'editore per la gentile concessione.
1 H.I. MARROU, Pour un retour à l'étude des pères, sources chrétiennes, in Vie spirituelle 86(2006), 345-356, qui 352-353.
2 Non intendo sviluppare una trattazione sistematica del tema. Peraltro già esistono alcuni lavori di sintesi, come per esempio D. MODENA, Carlo Maria Martini. Custode del mistero nel cuore della storia, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2005; P. SARTOR, Martini, l'avventura del predicare, ITL, Milano 2005; G. ALBERTI, Il cardinale Carlo Maria Martini, omileta e comunicatore. Analisi teologico pastorale della predicazione omiletica (Anni pastorali 1992-1993; 1994-1995). Tesi di licenza in teologia pastorale, Facoltà teologica dell'Italia settentrionale - Sezione di Padova, a. a. 1999-2000; M. GARZONIO, Il Cardinale. Il valore per la Chiesa e per il mondo dell'episcopato di Carlo Maria Martini, Mondadori, Milano 2002, 19-39.
3 Da allora sono molti i corsi di esercizi spirituali che hanno visto il card. Martini come saggia guida. Le meditazioni sono state frequentemente raccolte in diversi volumi. L'ultimo uscito, in ordine di tempo, è Il discorso della montagna, Mondadori, Milano 2006.
4 Cf. a questo riguardo ciò che scrisse nella lettera pastorale Parlo al tuo cuore (1996), in C.M. MARTINI, Parola alla Chiesa, Parola alla città, ITI,. EDB, Milano-Bologna 2002, 1065-1099. Una conferma delle intenzioni del cardinale emergerà tanti anni dopo, quando ormai avrà concluso il ministero episcopale a Milano: «Nella mia esperienza ho avuto modo di vedere concretamente i frutti numerosi della preghiera, fatta a partire dalla Scrittura, soprattutto in moltissimi giovani e anche in tanti adulti, che hanno trovato nella familiarità con la Bibbia la capacità di orientare la loro vita secondo Dio, anche nella grande città moderna e in un ambiente secolarizzato». Riferendosi anche ai fedeli adulti e ai sacerdoti, aggiungeva che molti «hanno trovato, in tale lettura orante della Scrittura, il modo per assicurare l'unità di vita in un'esistenza spesso frammentata e lacerata da mille diverse esigenze» (cf. C.M. MARTINI, L'avventura della Bibbia nella Chiesa a quarant'anni dalla Dei verbum, in La Scuola cattolica 133 [2005], 383-400).
5 Furono numerose le sessioni della Cattedra dei non credenti. Ne cito una, dedicata al tema della città. Nelle parole introduttive richiamava la natura di quegli incontri: «Sono di genere un po' anomalo. Non si tratta infatti né di conferenze, né di dibattiti, né di tavole rotonde. Intendiamo piuttosto compiere un esercizio dello spirito, un'intensificazione della coscienza». Quanto al tema specifico diceva: Affronteremo la città dal punto di vista della fede e della non fede, ponendoci la domanda cruciale: il vivere oggi nella città - con i suoi ritmi e condizionamenti - uccide la fede, qualunque essa sia? Soffoca i sentimenti profondi del cuore? Induce necessariamente all'anonimato, a rapporti solo funzionali?». L'intervento conclusivo venne significativamente intitolato «Da Ur a Gerusalemme: fatiche e gioie di un vescovo nel cammino verso la città» (cf. C.M. MARTINI, Questa nostra benedetta, maledetta città, Gribaudi, Milano 1996, 127). Sul tema della città, vale la pena di ricordare: C.M. MARTINI, Quale vescovo? Riflessioni da tre città. Lettera ai fedeli allo scadere del secondo anno di episcopato, in ID., La Parola nella città. Lettere e discorsi alla diocesi (1981-1982), EDB, Bologna 1982,267-277.
6 C.M. MARTINI, Dalla coscienza battesimale alla coscienza presbiterale», in La Parola che ci fa Chiesa. Lettere e discorsi alla diocesi (19801981), EDB, Bologna 1981,43-56.
7 C.M. MARTINI, L'evangelizzatore in san Luca, Ancora, Milano 1980, 189; ID., Predicate il Vangelo. Lettera al clero per il Giovedi santo (31.3.1983), in Sia pace sulle tue mura. Discorsi, lettere, omelie (1983-1984), EDB, Bologna 1984, 119-137; ID., Il predicatore allo specchio, Ancora, Milano 1986, 134. Nel volume C.M. MARTINI, Interiorità e futuro. Lettere, discorsi e interventi (1987), EDB, Bologna 1988, trovo due testi che è forse utile citare: Cento parole di comunione. Lettera alla diocesi nell'anniversario dell'ingresso, 95-103; Parlare la Parola. Omelia nella messa del beato Andrea C. Ferrari (Roma, 20.5.1987. Nel volume C.M. MARTINI, Cammini di libertà. Lettere, discorsi e interventi (1991), EDB, Bologna 1992, troviamo diversi altri testi significativi: La Parola tra le parole: essere segno di speranza oggi in università. Relazione al Congresso straordinario della FUCI (Brescia, 4.1.1991, 9-36; Missione e comunicazione alla vigilia del 2000. Relazione alla Scuola decanale per l'evangelizzazione (Varese, 6.2.1991»>, 87-100; Alzati, va' a Ninive, la grande città. Lettera alla città (Milano, 28.3.1991), 151-176; «Evangelizzare la città. Omelia nella solennità della Dedicazione della cattedrale (Duomo, 20.10.1991», 483-486; «Contemplare Gesù come comunicatori. Meditazione ai presbiteri della zona pastorale VI (Triuggio, 21.10.1991),487-496.
8 C.M. MARTINI, L'uso pastorale della lectio divina. Riflessione al convegno "La lectio divina modello e strumento dell'apostolato biblico (Università gregoriana, 13.12.1990, in ID., Comunicare nella Chiesa e nella società. Lettere, discorsi e interventi (1990), EDB, Bologna 1991,635-648.
9 C.M. MARTINI, Effatà, Apriti!, Lettera alla diocesi per il programma pastorale "Comunicare" (Milano, 11.8.1990), in ID., Parola alla Chiesa, Parola alla città 695-776.
10 C.M. MARTINI, Un anno da vescovo, in ID., La Parola che ci fa Chiesa, 189-197.
11 C.M. MARTINI, «La dimensione contemplativa della vita. Lettera al clero e ai fedeli per l'anno pastorale 1980-1981, in ID., Parola alla Chiesa, Parola alla città 13-43.
12 C.M. MARTlNI, Attirerò tutti a me (Gv 12,32). Lettera al clero e ai fedeli per l'anno pastorale 1982-1983, in ID., Parola alla Chiesa, Parola alla città, 105-194.
13 CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Atti della XX Assemblea generale (Milano, 26 30.4.1982), Edizione riservata ai vescovi, [s.l.; s.d.], 55-78.
14 C.M. MARTINI, In principio la Parola. lettera al clero e ai fedeli per l'anno pastorale 19811982, in ID., Parola alla Chiesa, Parola alla città, 45-103.
15 Ivi, 50.
16 Ivi, 60s.
17 A proposito della città, cf. sopra alla nota 6.
18 In questa linea già andava la lettera di sant' Ambrogio al vescovo Costanzo. Gli suggeriva anzitutto di vivere costantemente l'ascolto: «Raccogli l'acqua di Cristo. Chi la convoglia verso di sé, o attinge alle sorgenti, lui pure, come le nubi, la riversa su altri. Riempine dunque il fondo della tua anima, perché il tuo terreno sia innaffiato e irrigato da proprie sorgenti. Si riempie chi legge molto e penetra il senso di ciò che legge; e chi si è riempito può irrigare altri». Si riferiva poi esplicitamente alla predicazione e gli raccomandava: I tuoi sermoni siano lucenti, puri, cristallini, così che il tuo insegnamento morale suoni dolce alle orecchie della gente e la grazia delle tue parole conquisti gli ascoltatori perché ti seguano docilmente dove tu li conduci. Il tuo dire sia pieno di sapienza. Le tue labbra siano ben aderenti all'idea: vale a dire l'esposizione dei tuoi discorsi sia lucida, splenda chiaro il senso senza bisogno di spiegazioni aggiunte; il tuo discorso si sappia sostenere e difendere da se stesso e non esca da te parola vana o priva di senso» (Lettera 36/ Maur. 2), in Sancti Ambrosii episcopi mediolanensis opera (SAEMO), 20/22-41.
19 C.M. MARTINI, In principio In Parola, 78. Cf. anche G. GIAVINI, G. COLOMBO, E BOTTURI e AL., Predicare oggi, Àncora, Milano 1982.
20 Queste parole vennero dette in una relazione, già ricordata (cf. nota 5) svolta a Bergamo il 5 maggio 2005. Quel giorno il cardo Martini citò Giovanni Paolo n che, nel suo libro Alzatevi, andiamo!, aveva scritto: «Compito del vescovo è farsi servitore della Parola. Proprio come maestro egli siede sulla cattedra, quel seggio posto emblematicamente nella Chiesa detta cattedra e vi siede per predicare, per annunciare e per spiegare la parola di Dio». In quello stesso testo il papa esprimeva un elogio al card. Martini ricordando che le sue catechesi nella cattedrale nella sua città attiravano moltitudini di persone alle quali egli svelava il tesoro della parola di Dio» (cf. C.M. MARTINI, L'avventura della Bibbia nella Chiesa a quarant'anni dalla Dei verbum).
21 C.M. MARTINI, Sulla tua Parola. Lettera pastorale per l'anno 2001-2002 (Milano, 15.8.2001», in ID., Parola alla Chiesa Parola alla città, 1255-1275; I 270ss.
22 R. SCHUTZ, M. THURIAN, La parole vivante au concil, Les Presses de Taizé, Taizé 1966, 100-10 I.
23 A. BEA, La parola di Dio e l'umanità, Cittadella, Assisi 1967, 141-142.
24 AGOSTINO, Sul Salmo 126. Esposizione: discorso al popolo, in ID. Esposizioni sui Salmi, IV (opere di sant'Agostino, 28, Città Nuova, Roma 1977,143, § 3); cf. GIOVANNI PAOLO II, es. ap. postsinodale Pastores gregis, 16.10.2003, n. 28; EV 22/769.
Da Il Regno Attualità, 6/2007, pg. 171-176
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