|
Pensieri di p. Lombardi: |
|
|
|
 |
|
Un saggio di Zagrebelsky: che cos'č la democrazia |
|
|
|
|
All'indomani della caduta del Muro, sulla prima pagina di Le Monde si
poteva leggere che «il socialismo ora ha davanti a sé un nuovo compito:
realizzare la democrazia». Si veniva da un tempo in cui la democrazia
era stata proclamata, esibita (Berlino Ovest «vetrina dell'Occidente
democratico», con una brutta riduzione della democrazia ai segni del
consumo), ma pure immersa nel clima della Guerra Fredda che serviva a
giustificarne distorsioni e restrizioni. La democrazia veniva
rappresentata come una «cittadella assediata», e per ciò era lecito
ogni mezzo a sua difesa. Quell' epoca era finita, e il mutamento
offriva una doppia opportunità: al socialismo, che avrebbe potuto fare
le sue prove libero dalle ombre gettate dalla realtà dei regimi
comunisti; ed alla democrazia stessa, che in un mondo appunto liberato
avrebbe potuto raggiungere la sua pienezza.
Su quell'invito fiducioso, o ingenuo, molto si potrebbe dire. Ma in esso si poteva cogliere il senso dell'incompiutezza (una democrazia da realizzare) e dell'inevitabilità (la democrazia come unico orizzonte possibile). Quasi trent'anni dopo l'incompiutezza è ancora lì, e la democrazia è insidiata da tanti rischi da far dubitare che la promessa democratica possa davvero essere adempiuta. E proprio di questa promessa, o sfida o «concetto idolatrico onnicomprensivo», ci parla Gustavo Zagrebelsky in un libro che fin dal titolo, Imparare democrazia (Einaudi, pagg. 182, euro 11,50), indica un compito di pedagogia civile che deve diramarsi nella società, divenire attitudine convinta e diffusa.
Come tutti i libri veri, non solo si tratta di uno scritto non compiacente, ma severo, netto, e perciò illuminante. Se nella democrazia, dopo un integrale rovesciamento del suo modello originario, in cui si ritrovava il vizio della demagogia e dunque «una disgrazia da scongiurare», oggi si scorge l' «unica definizione ideale di tutti i sistemi di organizzazione politica e sociale», un valore cosi impegnativo impone che ad esso si guardi senza debolezze, concessioni o furberie. La radicalità è nella sua stessa natura, e da qui bisogna muovere.
Con scrittura piana, ma con concetti e riferimenti alti e giustamente impegnativi, Zagrebelsky indica dieci punti ineludibili, lontanissimi dalla banale precettistica di una politologia che si occupa di elencare una serie di criteri formali e di passaggi procedurali, soddisfatti i quali un regime politico è annesso ai territori della democrazia. Il test proposto da Zagrebelsky è assai più rigoroso, va alla radice della questione, individua principi irrinunciabili, e diviene cosi un rasoio affilato non solo per dividere i regimi democratici da quelli che non lo sono, ma per cogliere l'insincerità e l'intima fragilità di troppi che alla democrazia dichiarano fedeltà.
Le questioni sono generali, ma ci conducono alle sfide che ogni giorno dobbiamo fronteggiare. Per questo il libro è in buon viatico nella regressione culturale del presente. Prendiamo il tema, caldissimo, del relativismo, che ricaccerebbe la democrazia in un limbo senza valori forti, appannaggio di altre forme di pensiero, di quello religioso in primo luogo. Reagendo a quest'incredibile vulgata, Zagrebelsky sottolinea il carattere relativistico, e non assolutistico, della democrazia, ma libera questa constatazione dalle deformazioni interessate e mette in evidenza che cosa voglia effettivamente dire. Vale la pena di citare integralmente: «nei confronti dei principi democratici, la pratica democratica non può essere relativistica. La democrazia deve cioè credere in sé stessa e non lasciar correre nelle questioni di principio, quelle che riguardano l'uguale dignità di tutti gli esseri umani e dei diritti che ne conseguono e il rispetto dell'uguale partecipazione alla vita politica e delle procedure relative. Ma al di là di questo nucleo, essa è relativistica nel senso preciso della parola; cioè nel senso che i fini e i valori sono da considerare relativi a coloro che li propugnano e, nella loro varietà, tutti ugualmente legittimi. Democrazia e verità assoluta, democrazia e dogma, sono incompatibili. La verità assoluta e il dogma valgono non nelle società democratiche, ma in quelle autocratiche».
La distinzione è essenziale, perché permette anche di evitare la confusione tra relativismo democratico e nichilismo, quel non credere in nulla che per la democrazia costituisce una minaccia.
Ma quella distinzione è anche un monito per il modo d'essere d'una politica che, pur dicendosi democratica e laica, in questi anni ha mostrato una debolezza culturale che l'ha portata a disconoscere il nucleo non relativistico della democrazia e, per un gioco di mediocri convenienze, ha delegato alla Chiesa la funzione d'essere la sola «agenzia sociale» legittimata a dichiarare i valori della convivenza. Con un ulteriore effetto negativo: la depressione dello «spirito del dialogo», altro punto essenziale per la democrazia, che esige rispetto dell'altro e rinuncia a chiudersi nella convinzione d'essere unico portatore della verità.
Un altro «spirito» è insidiato, quello dell'eguaglianza, che si radica in leggi valide per tutti, nel rispetto degli altri, nel riconoscimento delle minoranze. Qui la logica democratica ci trascina al di là della semplice soglia della tolleranza, che può essere il segno di una distanza. Impone il riconoscimento pieno dell'altro, parlando il linguaggio dei diritti di cittadinanza. In questa prospettiva, «l'uguale dignità di tutti gli esseri umani» torna ripetutamente come elemento caratterizzante l'intero processo democratico, e il concetto di dignità si spoglia delle ambiguità che hanno spinto più d'uno studioso a vedere in esso un rischioso veicolo di autoritarismo. Questo può essere vero se le società, magari in modo strisciante, assumono caratteri autocratici, ma non lo è se il fondamento della democrazia consiste, come conclude Zagrebelsky, nel «rispetto di sé». La democrazia è l'unica forma di reggimento politico che rispetta la mia dignità, mi riconosce capace di discutere e decidere sulla mia vita pubblica».
La democrazia, dunque, si deve«imparare». Ma si può insegnare? Nel libro si insiste giustamente sull'importanza della scuola. E, quasi kennedianamente, si conclude che «la democrazia non promette nulla a nessuno, ma richiede molto a tutti». Per dare un diretto contributo alla costruzione delle condizioni perché ciò possa avvenire, Zagrebelsky mette in appendice una serie di letture – Aristofane ed Erodoto, Montesquieu e Tocqueville, Brecht, Orwell, Bobbio - che mortificano i linguaggi e le becere povertà dei dibattiti televisivi, e ci forniscono l'ossigeno che fa vivere davvero le democrazie.
di Stefano Rodotà, La Repubblica , 31.3.2007
|
|
|