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Movimento per un Mondo Migliore

 
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Pensieri di p. Lombardi:
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Essere totalmente conquistato da Dio
Vissi per l’intero periodo della formazione, dodici anni concentrati in Dio, per così dire; anzi, ho il coraggio di dirlo, ancor più, concentrati solo in Dio. Egli mi appariva come un gigante, dal quale volevo essere totalmente conquistato! Posso dire che ho quasi dimenticato tutte le altre mie esperienze di quei due primi anni. Vivevo in una tale concentrazione, in un tal desiderio di esser "preso" da Dio, di conoscerlo, di interiorizzarmi nella sua vita, che tutto ciò che mi circondava quasi scompariva. Non ricordo quasi neppure il nome dei miei confratelli; non ricordo nulla della casa nella quale vissi così intensamente. Lo stesso si verificò negli anni seguenti, da studente.
(dalla terza delle “Undici Conferenze sul Gruppo”)
 
Fedeltà senza resistenza
Sto facendo la meditazione e chiedo insistentemente a Gesù se gli ho negato qualcosa… Mi dà conforto vedere come, senza resistenza, Gesù mi abbia potuto cambiare continuamente la vita per il suo piano: come dieci anni fa passai insensibilmente da scrittore a oratore, così ora con la stessa continuità passo da oratore a formatore di uomini apostolici per Gesù. Interiormente la rinunzia ai grandi discorsi è interamente fatta checché sia di ciò che Gesù vorrà poi; anche scrittore ci sono rimasto, nel periodo della oratoria, e può darsi che resti oratore nel nuovo periodo… ma certo in modo nuovo e con la prevalenza del nuovo compito. Che io sia fedelissimo a Gesù, senza mai traccia di resistenza.
(Diario, 5/3/54)

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Fedeltà alla volontà di Dio
Violentemente mi ha occupato tutto il giorno il pensiero che forse ora Gesù mi vuole proprio qui stabilmente, prendendo questa casa come casa mia: farne la centrale promotrice della nuova controriforma. Rinunziando in gran parte a ogni altra mia attività. Gesù, non voglio altro che eseguire ciò che volete voi due [Gesù e Maria]: fate luce chiara e noi eseguiremo. Per voi lasciai la vita di scrittore divenendo oratore, e forse ora devo chiudermi qui. Tutto ciò che volete voi, e solo quello, a ogni costo.
(Diario, 18/7/54)

Offerta totale alla volontà di Dio
ImageIl pensiero dominante è l’offerta totale a Gesù e Maria, se per la Chiesa mi vogliono chiuso qui. Ho sentito anche tanto la bellezza di dare fervore ai sacerdoti…, spargendo nella Chiesa i promotori di un rinnovamento generale. Per parte mia, salvo il futuro giudizio dei superiori, arrivo a questa riforma fondamentale degli esercizi: cambiar vita e venire qui come animatore della casa di formazione degli apostoli…. E forse una grande data nella mia povera vita: devo intonare tutta la mia giornata al nuovo ritmo: preghiera, redini strette a ogni irascibilità ecc… evitare ogni grettezza con la Scuola Apostolica e in faccende di amministrazione ecc.
(Diario, 19/7/54)


Totalmente circondato dalla volontà di Dio
In realtà bisogna: 1) evitare noi ogni peccato; 2) dolersi dei peccati degli altri, che certamente Dio non li vuole: né interni né esterni; 3) reagire, in quanto Dio vuole anche questo; 4) ma restare perfettamente calmi, nella certezza che ciò che mi accade è sempre voluto da Dio: è proprio Dio a volere per me quell’ordine, quella visita, quel ritardo, quella noia, quella umiliazione, quella interruzione, ecc. Se vedo di dover correggere altri, si faccia; ma in cuor mio restare quieto che – tranne il peccato formalmente considerato come tale – ciò che è accaduto è proprio ciò che il Signore voleva. Mamma, aiutami ad avere più pace con questi pensieri. Devo sentirmi totalmente circondato dalla volontà di Dio, in ciò che di fatto accade. L’unico punto è badare a far io quanto devo, sia da parte mia, sia esigendo da altri quanto mi pare di dovere esigere innanzi a Dio.
(Diario, 13/11/54)

Penso solo alla Chiesa
Non dò assolutamente nessun peso a ciò che può essere il mio amor proprio o altro aspetto mio: penso solo alla Chiesa, a Gesù, per decidere ciò che pare convenire di più.
(Diario, 1/62)
 
Com’è bello il tuo cammino
Gesù, come è bello il cammino che hai fissato per me, senza nessun passo nella linea dell’autorità. Se no, forse perdevo tanta possibilità per predicare il bene generale della Chiesa al di sopra di ogni ambizione, interesse ecc.; arrivare fino alla fine così, un povero prete.
(Diario, 4/62)
 
Docilità
Trattandosi del rapporto con Dio, evidentemente l’amicizia con lui deve avere da nostra parte una delicatissima nota che tutta pervade: la docilità, quanto più tanto meglio. Gesù è disceso dal cielo per compiere la volontà di colui che lo ha mandato, e adesso chi ama lui deve compiere la sua volontà.
(Manuale Fondamentale, p. 282)

Fiducia
Le difficoltà sono molte e continue, ma io affido tutto a voi e mi considero un piccolo segretario, anzi un velo attraverso cui Gesù fa ciò che vuole lui… E’ tutto vostro, è tutto per voi, ciò che accade qui.
(Diario, 1/11/54)

Fiducia cieca in Dio
Nella mia vita sono ormai anni e anni che faccio sempre i passi nel buio, fidando in Gesù, quando sono certo che è Lui che vuole, e sempre sono riuscito: non sapevo bene le lingue quando andavo all’estero, non avevo vie e predicavo, non chiedevo soldi e sempre avevo il necessario… Gesù non ci farà mancare il pane, anzi, la casetta la vorrei più grande di com’era l’altra già fissata.
(Diario, 30/12/54)

Resti Lui solo ad amare e agire in noi
Sarebbe concetto incompleto, far coincidere la vita spirituale con la sola pietà. Al contrario, il modello di un agire perfettamente penetrato d’interiorità – intesa come cibarsi continuo della volontà di Dio – lo ha fornito lo stesso Gesù. Si può definire la vita spirituale in una sola parola. Lo ha detto lui: Io sono la vita. E’ lui, che viene a possederci e ad assorbirci da dentro. Occorre assoggettarsi personalmente a lui che manifesta il suo volere nelle forme illustrate dalla teologia spirituale; pian piano renderlo talmente padrone di noi, che resti lui solo ad amare e ad agire dentro di noi come lui vuole: “Per me vivere è Cristo”.
(Manuale Fondamentale, p. 282)

Fedeltà alla volontà di Dio
Ho in cuore una soave nostalgia di distacco: Gesù, se Tu volessi, lascerei tutto senza amarezza, con un bell’atto di amore per i fratelli, e verrei con Te solo nella contemplazione. Ma credo che Tu non vorrai... Aiutami a essere fedele e a edificare con l’ubbidienza giacché pare che ho scandalizzato con l’imprudenza.
(Diario, 1/62)

 
Non sfuggire un istante al vostro possesso
Maria Santissima, io predico in tutti i toni la riforma della Chiesa, e dico di presentare un messaggio del Papa. In realtà fino ad oggi sono io che… trascino la Chiesa. Maria, che non sia una follia, e soprattutto che non danneggi nessun’anima. A me pare di stare ininterrottamente sotto l’influsso e la guida di Maria e di Gesù. Fate che io vi serva sempre, come un bambino, uno schiavo, un servitorello, un nulla. Vi chiedo solo la grazia di non sfuggire mai un istante al vostro possesso e alla vostra guida totale.
(Diario, 11/10/53)

Ciò che Voi volete

Mi pare proprio che la mia persona è completamente subordinata a te. L’amor proprio forse preferirebbe fare l’oratore, ma ciò non ha più nessuna voce. Unicamente voglio sapere ciò che tu vuoi. Maria, se Gesù mi vuole formatore di sacerdoti, animatore di riformatori anziché predicatore, io sono felice e accetto fin d’ora: che si faccia solo che voi volete.
(Diario, 24/12/53)

Fedeltà verso tutti i desideri di Dio
Posso dire di aver raggiunto lo stato di fedeltà?… Non oserei affermare di essere arrivato alla fedeltà oggettiva, verso tutti i desideri di Dio su di me. Le deficienze di fronte a quell’ideale sono sempre innumerevoli. “Anche se non sono consapevole di colpa alcuna, non per questo sono giustificato; il mio giudice è il Signore!” (1Cor 4,4). Così esclamava Paolo, vaso di elezione… Feci per molto tempo l’esame particolare su questo: se in ogni momento avevo o no l’impressione sincera di aver compiuto il possibile per contentare Dio in ogni suo desiderio. La coscienza si veniva formando così sempre di più: sensibile e sicura, quanto normalmente può esserlo al medesimo tempo. Grazie a Dio, era semplice, pur apparendomi notevolmente delicato… Anno per anno mi pare che la settimana di esercizi spirituali abbia raggiunto chiarezza nello spirito. Tappe nettissime. Ne conservo tutte le conclusioni scritte: esame continuato di coscienza, insieme programma concreto di vita nella ricerca della fedeltà, elaborato a tappe con l’aiuto della infinita misericordia di Dio.
(Manuale Fondamentale, p. 205)

Voto di fare il meglio possibile
Nell’ultimo anno di formazione, ebbi una gran luce. Mentre recitavo il breviario di santa Teresa d’Avila, il 15 ottobre 1937, mi colpì il voto emesso da lei di compiere sempre il meglio che avrebbe visto concretamente possibile, momento per momento. Mi parve che di fatto quello era lo stato di vita, che almeno in teoria mi sforzavo di attuare già da molto. Ed era così bello, così semplice, quasi mi pareva assurdo pensare di essere altrimenti. Quando quel giorno uscii al passeggio con un compagno – lo ricordo bene – mi sentivo estremamente libero e felice: completamente libero con la mia coscienza segreta, senza altre norme, perché quella era completamente e solamente legata a Dio. Mi pareva di ballare per le strade, tanto ero libero… Quel voto l’ho ancora. Lo rinnovo negli esercizi spirituali. Lo osservo? Spero proprio.
(Manuale Fondamentale, pp. 205-206)

Superare la prudenza normale
Vado pensando alla prossima udienza [col Papa]. Chiedo consiglio a P. Rotondi… mi dice: “Io penso che a lei è impossibile dare un consiglio, perché lei ha criteri e certezze che superano la prudenza normale. Io per me andrei dal Papa a offrirgli tutto ciò che siamo e abbiamo, chiedendogli che ci dica cosa vuole da noi, e poi ci lasci lavorare benedetti. Ma capisco che lei [ndr Lombardi] non può parlare così: lei ha delle certezze per cui, se il Papa per esempio le dicesse che va tanto bene l’Opera coi Gesuiti, lei continuerebbe a pensare che ciò deve poi cambiare. Per lei dobbiamo tutti pregare, che Dio la assista, ma lei deve seguire la sua ispirazione e la sua linea come ha fatto finora. Ho molto pensato su tale risposta di Rotondi, che non pone in dubbio la mia ubbidienza al Papa, ma riconosce che io credo di avere certezze che mi vengono ancora da più su, e trovo che P. Rotondi ha ragione.
(Diario, 25/11/66)

Nessuna evasione
I progetti di Dio sono tremendi e non permettono evasioni a chi si è abbandonato totalmente in Gesù.
(Diario, 19/4/65)

Devo aprirmi a un nuovo passo
Per rispondere al piano di Dio, non devo chiudermi in me stesso, ma aprirmi ad un nuovo passo: “sulla mia morte deve trionfare la Sua vita”, come semplice condizione perché Gesù possa vivere ed agire liberamente in me, come Signore assoluto.
(Esercizi Spirituali, Varese, 11–18/8/53)

Immerso nel Piano di Dio – come in un fiume
Alcuni insinuano delicatamente che io dovrei essere più forte… più attivo nel prevedere e dirigere certi eventi. Io però sento qualcosa che molte volte me lo impedisce: io sono come in un grande fiume, il piano di Dio, e tutto mi sembra che mi porti avanti così, senza quasi possibilità di scelte mie attive: Dio agisce intorno a me in un certo modo che mi sembra vietare altre iniziative. Io lascio moltissime volte che le circostanze maturino le cose, più che guidarli io, e vedo in ciò la volontà di Dio.
(Diario, 22/9/64)

Tutto per amore: Testamento di P. Lombardi

La Chiesa è un culto degli uomini per amore di Dio. L’Amore è l’incontro con Dio. Valorizzare, per amore dell’uomo, tutte le forze spirituali. La più grande miniera e riserva per trasformare l’Amore di Dio in amore degli uomini, è riflettere sulla virtù teologale dell’amore dei fratelli. Il Cristianesimo trasforma in virtù teologali le principali virtù umane. La fondamentale che è la carità diventa direttamente “Amore di Dio”. Ogni amore per gli uomini diventa amore di Dio. La conseguenza di questo Amore teologale è “trattare bene tutti”. E trattando bene gli uomini trattiamo bene Dio. Sembra impossibile fare del bene a Dio, però quando lo facciamo agli uomini, lo facciamo a Dio. “Vogliate bene agli uomini”. Questo Amore comprende la virtù teologale che è la più alta di tutte, cioè l’Amore di Dio. Queste poche parole sono state la mia vita.
(Diario, 5/7/79)

 
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Teologia del pluralismo religioso: il paradigma emergente PDF Stampa E-mail
CONCILIUM 1/2007
TOLOGIA E PLURALISMO RELIGIOSO
Editoriale


Teologia del pluralismo religioso: il paradigma emergente

Concilium è una rivista di tradizione cattolica, conciliare, con spirito ecumenico. I "segni dei tempi" esigono l'audacia di ricercare ed elaborare nuove profondità della" cattolicità" e dello spirito ecumenico. L'emergenza sempre più chiara del pluralismo, al punto da disegnarsi come nuovo paradigma, spinge ad affrontare di nuovo il tema, con maggior forza, cercando nuovi aspetti e provando un nuovo linguaggio. La Commissione teologica latinoamericana dell' Associazione ecumenica dei teologi e teologhe del Terzo mondo (EATWOT / ASETT) ha proposto a Concilium un lavoro da svolgere insieme, in partnership, con il quale la teologia latinoamericana desidera unificare nella propria tradizione ciò che, in altra forma, la teologia prodotta in contesto anglosassone sta elaborando: una teologia che, più che "del pluralismo religioso", è teologia pluralista, elaborata a partire da un paradigma pluralista, ed è concretamente una teologia pluralista liberatrice, a partire dalla prospettiva e dall' opzione per i poveri. La sfida, in verità, fu chiaramente lanciata alla teologia della liberazione da Aloysius Pieris, poiché il pluralismo religioso ha a che vedere completamente con la moltitudine dei popoli poveri, come si può qui riscontrare nell' articolo di JOSÉ MARIA VIGIL. Dopo una serie di pubblicazioni dell' ASETT, questo numero della rivista, prodotto in collaborazione tra ASETT e Concilium, rivela non solo la disposizione a un lavoro in collaborazione in forma globalizzata, come conviene ai nostri giorni, ma anche un matrimonio fecondo fra la teologia della liberazione e la teologia del pluralismo, il che evidenzia che la teologia della liberazione non è rimasta chiusa nei temi dei decenni scorsi, ma si sa introdurre nelle nuove tematiche, come teologia pluralista della liberazione.
La "condizione plurale" come caratteristica del nostro tempo, la differenza e la diversità, il "pluralismo" utilizzato come concetto interpretativo: tutto ciò è una novità storica oppure un fatto della vita stessa, da sempre esistente, di cui ora abbiamo una conoscenza nuova, piena di conseguenze? La tesi di questo numero di Concilium è che il pluralismo è un paradigma che si afferma superando l'unicità, l'universalismo e l"'assolutismo" del pensiero tradizionale, della metafisica e, più ancora, dell' atteggiamento dell'Occidente. Si tratta della conoscenza della complessità della realtà più profonda della vita in tutti i suoi aspetti, compresi quelli sociali, culturali e religiosi. La complessità della realtà nella sua condizione plurale provoca ed esige un discernimento. Esige un "nuovo risveglio", che ora è risveglio dal sogno dogmatico religioso. Esige un "nuovo Illuminismo" di carattere religioso, a partire dall' alterità e dalla pluralità, e non più dalla soggettività e dall'identità con pretesa di universalità esclusiva e di unicità assoluta. Esige anche di riconoscere con audacia il cambiamento epistemologico gravido di conseguenze pratiche, di posizioni nuove, che si sta producendo, irrevocabilmente, ai nostri giorni.

Alcune domande hanno guidato gli editori di questo numero di Concilium: il pluralismo religioso sarebbe solo conseguenza del cammino del cristianesimo nella fase della modernità, ossia un fenomeno occidentale del quale altre tradizioni religiose non si interessano? O tutte le religioni sono chiamate a questo salto paradigmatico? E con quali mezzi potrebbero farlo? Nelle differenti tradizioni religiose non si trovano forse già elementi di universalità e di accettazione del pluralismo come forma di questa universalità?

Davanti al pluralismo e alla complessità del nostro tempo, le società contemporanee stanno esasperandosi, nel senso che da una parte insistono nell' affermazione delle identità con accenti fondamentalisti a sfondo religioso e, dall' altra parte, si rompono in frammentazioni prive di orizzonti religiosi unificanti. Ma questi confronti in termini religiosi si collocano dentro una realtà più ampia e forse più urgente delle stesse religioni: la globalizzazione escludente del mercato che crea un nuovo tipo di apartheid globalizzato, il futuro delle moltitudini di poveri e il futuro di ogni forma di vita sulla terra, che è un futuro minacciato. La globalizzazione può portare valori, come l'affermazione delle democrazie e dei diritti umani. Ma, guardata dalle grandi regioni dell'esclusione sempre più grande di intere popolazioni, essa costringe i popoli maltrattati da questa globalizzazione a cercare nei mezzi più profondi delle proprie radici religiose i modi per resistere nella loro umanità. Il pluralismo religioso può presentarsi, allora, in forma ambigua: può, da un lato, essere frutto di resistenza fondamentalista e di violenze nell' affermazione della propria identità. Ma, dall' altro lato, può essere la più legittima e raffinata espressione dell'identità culturale, della sua radice religiosa, della sua "anima", con diritto alla differenza nella biodiversità umana, che resiste al potere trascinante della pretesa di universalità a partire dal privilegio di essere il più potente. La nostra tesi accentua questa realtà positiva della comprensione del pluralismo religioso, collocandolo nella luce di un disegno areatore, rivelatore e salvatore, manifestazione dell'inesauribile divinità nella pluralità della vita sulla terra. E cerca di decostruire ciò che ancora resiste di pretesa inclusivista e unificante a partire da un centro privilegiato. Evidentemente, come vedremo, questo comporta certi dolori per il pensiero cristiano.

Le istituzioni religiose ed ecclesiastiche sono esitanti sulla strada dell'accettazione del pluralismo religioso come un segno dei tempi e del Dio vivo, del rispetto della biodiversità culturale e religiosa, dell' ospitalità e della ricchezza della vita. Si può comprendere la difficoltà, soprattutto da parte delle religioni con pretesa di universalità. Non sappiamo ancora bene come reagire positivamente al pluralismo in termini di missione, di ecumenismo, di ospitalità delle religioni, di accettazione della biodiversità culturale nella quale si esprimono le religioni come ricchezza umana più profonda e loro incontro con il divino. È certo, però, che il pluralismo religioso, oltre ad essere una realtà di fatto che è venuta per rimanere, si espanderà e diventerà più complesso. Quanto esigerà in termini di costo, di sacrifici e di violenza questa curvatura della complessità? Che cosa possiamo imparare per tempo? Sapremo guardare in tempo, con discernimento, salutando il pluralismo religioso come creazione divina e assumendo atteggiamenti coerenti?

Come cristiani sappiamo che una grande sfida del pluralismo religioso è tenere insieme l'universalità della rivelazione e della salvezza in Gesù e, allo stesso tempo, senza mezze misure, il valore rivelativo e salvifico, pure universale, delle religioni. Siamo in grande misura nella linea dell"'inclusivismo" unilaterale, per esempio quando ammettiamo che c'è qualcosa della grazia di Cristo o dell'universalità del soffio dello Spirito santo in un buon buddhista. Ma come reagiamo se un buddhista afferma che c'è qualcosa della luce di Buddha in un buon cristiano? l'inclusivismo degli altri può essere ugualmente preso sul serio? Ossia, vale la pena di insistere nell'inclusivismo?

D'altra parte, il pluralismo non viene raggiunto astrattamente, sorvolando le differenze reali e persino radicali tra le religioni. Sarebbe un impenitente universalismo di sublimazione per via di astrazione della propria particolarità. Nasconde la voglia di potere, la colonizzazione, la riduzione degli altri. Tutto questo l'Occidente lo conosce bene, e merita ogni critica. Il pluralismo - come paradigma di pensiero, come atteggiamento assunto - obbliga ad abbandonare la pretesa di cammini assoluti e panoramici, esclusi visti o inclusi visti unilaterali che siano.
D'altro canto è pur vero che un tranquillo "enoteismo", adagiato nell' accettazione dell' idea che ogni popolo e ogni cultura hanno il proprio dio, conservando appena la tolleranza e l'indifferenza tra le religioni, sarebbe il ritorno di un atteggiamento arcaico che non corrisponde alla complessità delle relazioni del nostro mondo. L'indifferenza, in un mondo in cui i differenti sono sempre più vicini, si rivela come una forma sottile di violenza.

Nell'Occidente attuale, caratterizzato dalla frammentazione delle individualità, le nuove esperienze religiose tendono a produrre nuove sintesi o sincretismi di fonti e tradizioni diverse. Sarebbe questo un "oltre" del pluralismo o sarebbe appena il delinearsi di soluzioni individuali e fragili nei venti della globalizzazione, una delle forme dell' indifferenza?

Nel loro aspetto istituzionale le religioni soffrono oggi, insieme a tutte le grandi istituzioni, delle trasformazioni che volta per volta si rivelano sempre più globali. La sensazione è di perdita di potenza e di inadeguatezza. Una spiritualità "liquida" - per utilizzare un'immagine di Zygmunt Bauman - in pareti sempre più porose e permeabili, con brecce sempre più aperte: questo è uno dei segni dei tempi. Sarà possibile una spiritualità senza religione, o sarà la spiritualità a divenire creatrice di nuove forme di religione, certo ormai dentro un paradigma pluralistico? In verità il pluralismo richiede una spiritualità corrispondente.

A simili questioni il / la lettore / lettrice potrà aggiungerne molte altre. Questo numero di Concilium non pretende né di esaurire le questioni né di dare ad esse risposte elaborate. Pretendo qualcosa di più urgente in questo momento: fare qualche analisi, elaborare alcuni riferimenti, dare avvio ad alcuni compiti e fare alcuni esperimenti. Non è poco, è un travaglio di parto, con dolore e afflizione, che si sperimenta provando nuove categorie, tentando dei neologismi. Realtà nuove richiedono un linguaggio nuovo, con tutti i rischi e i disagi che questo comporta, a cominciare dai malintesi. Non manca il buonumore ai nostri artico listi, insieme alla serietà con cui ognuno cerca di combinare la tradizione con la novità e la promessa che emergono in questo nuovo paradigma.

Cominciamo con la situazione più globale della nostra casa comune, la terra, con la nostra famiglia umana. La dura realtà di secoli di storia e di egemonia dell' Occidente ci porta a un nuovo apartheid senza precedenti e a un vicolo senza via d'uscita per la terra e i suoi figli. Sono la stessa madre terra e la vita dei poveri che reclamano una rottura radicale. E la possibilità di futuro può solo provenire da un grande reciproco apprendimento, dal dialogo, dall' ospitalità e dalla fatica comune nella pluralità delle risorse. Il paradigma pluralistico non è un' esigenza solo per il cristianesimo. È un' esigenza vitale, che tocca e interpella le culture, i popoli, tutte le tradizioni e le forme di religione.

La seconda parte del presente fascicolo si compone di elaborazioni teologiche che tengono conto delle culture, delle tradizioni, dei linguaggi. Il nostro aiuto si pone principalmente nella linea del discernimento, per comprendere innanzitutto in modo favorevole il kairòs, il tempo opportuno, i segni che dettano alla teologia il che cosa pensare, che cosa ricercare, che cosa dibattere. Come accostarsi alla divina rivelazione nella pluralità delle rivelazioni, dei linguaggi e dei simboli culturali? Come articolare universalità e particolarità concreta nell'esperienza religiosa?

Come intendere la condizione specifica di Gesù, il Cristo e Figlio di Dio secondo la fede cristiana, in un orizzonte pluralista? Benché la realtà viva delle comunità di fede sia più importante dell'epistemologia che parli correttamente delle loro esperienze, alla fine un' epistemologia e un nuovo linguaggio sono esigenze della nostra condizione umana. Rischiare di perdere ed esporsi a nuove immagini e concetti è necessario. Pensando in termini generazionali, davanti alla gioventù che porta con sé la forma del pluralismo, forse più radicalmente che otri nuovi per vino nuovo è necessario lo sforzo di vino nuovo per otri nuovi, come dirà uno degli articolisti.

Nella terza parte trattiamo di alcune conseguenze pratiche per l'atteggiamento missionario, per la spiritualità, per la religione come tale. Guardare il mondo, questa nostra casa comune, con gli occhi di Dio, in quest' ora di avvicinamento delle religioni come di tutte le altre dimensioni umane, comporta delle conseguenze. Che siano una benedizione feconda oppure una minaccia di caos, dipende dalla nostra decisione e dalla nostra risposta.
Dedichiamo questo numero di Concilium alla memoria di Jacques Dupuis. Il Vangelo di Matteo incomincia valorizzando la "religione degli altri", con la visita sorprendente a Gesù dei saggi dell'Oriente - i "magi" -, perché là, in Oriente, hanno visto brillare una grande stella, un segno religioso bandito dall' ortodossia biblica. Il nostro tempo e la nostra teologia stanno conoscendo altri saggi venuti dall'Oriente - Raimon Pannikkar, Aloysius Pieris, Tissa Balasuryia, i tre seguiti da Michael Amaladoss, Felix Wilfred (attualmente membro del Comitato internazionale di direzione di questa rivista) e altri. Jacques Dupuis ha percorso dapprima un cammino inverso, il cammino dei missionari che partirono da Occidente e si lanciarono per i continenti dell'Oriente e del Sud. Molti di essi soffrirono nella carne lo shoc della differenza e quello che Jon Sobrino (pure lui membro della direzione editoriale di Concilium) ha chiamato rottura epistemologica, non tanto come atteggiamento teorico e programma di lavoro, ma come conseguenza di un' aporia - scandalo e pazzia - e di un apofatismo rispettoso della trascendenza divina nell' esperienza di Dio degli altri, ricevuta come grazia per mezzo degli altri. I continenti dell' Asia, dell' Africa e dell' America latina sono testimoni di questa trasformazione di innumerevoli missionari in portavoce di un nuovo luogo teologico, la cui passione si alimenta della convinzione che rivelazione e salvezza sono realmente grazia perché rompono la logica della religione, fanno comprendere e balbettare che «il dentro è là fuori, l'alto è laggiù in basso, la benedizione è con i maledetti, il giudizio del mondo avviene a partire dai piccoli». Poi Dupuis tornò a Roma, al centro, insistendo nel dire che il nuovo paradigma non ha più un centro. La sua logica cristiana del pluralismo religioso è coerente con i passi di una inversione che ha richiesto un "decentramento". Nella sua logica trinitaria del pluralismo religioso, perciò, lo Spirito santo è l'abbraccio e il bacio di Dio al mondo intero, la cattolicità in cui è posta la terra e la sua vita religiosa multiforme.

Jacques Dupuis è diventato un saggio abramico, un maestro che ha compiuto dei passi e ha aperto dei cammini, unendo i suoi studi alla sua esperienza. È morto sotto il sospetto di quelli che conoscono gli altri soltanto a partire da dentro i propri studi. Però «ciò che deve essere ha forza», e i/le compagni/ e e discepoli/ e vanno avanti, compiendo nuovi passi. Questo numero di Concilium, in collaborazione con il progetto della Commissione teologica della EATWOT / ASETT, rende omaggio a un compagno e maestro. E, per onorario, prova a compiere nuovi passi nella fedeltà allo stesso Spirito che soffia con libertà e dà la vita.

Luiz Carlos Susin Porto Alegre/RS (Brasile. Egli insegna presso la Facoltà di teologia dell'Università cattolica del Rio Grande do Sul, a Porto Alegre, in Brasile, ed è segretario generale del Forum mondiale di teologia e liberazione]. (pp. 13-19)


 

 

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