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Movimento per un Mondo Migliore

 
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Pensieri di p. Lombardi:
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Essere totalmente conquistato da Dio
Vissi per l’intero periodo della formazione, dodici anni concentrati in Dio, per così dire; anzi, ho il coraggio di dirlo, ancor più, concentrati solo in Dio. Egli mi appariva come un gigante, dal quale volevo essere totalmente conquistato! Posso dire che ho quasi dimenticato tutte le altre mie esperienze di quei due primi anni. Vivevo in una tale concentrazione, in un tal desiderio di esser "preso" da Dio, di conoscerlo, di interiorizzarmi nella sua vita, che tutto ciò che mi circondava quasi scompariva. Non ricordo quasi neppure il nome dei miei confratelli; non ricordo nulla della casa nella quale vissi così intensamente. Lo stesso si verificò negli anni seguenti, da studente.
(dalla terza delle “Undici Conferenze sul Gruppo”)
 
Fedeltà senza resistenza
Sto facendo la meditazione e chiedo insistentemente a Gesù se gli ho negato qualcosa… Mi dà conforto vedere come, senza resistenza, Gesù mi abbia potuto cambiare continuamente la vita per il suo piano: come dieci anni fa passai insensibilmente da scrittore a oratore, così ora con la stessa continuità passo da oratore a formatore di uomini apostolici per Gesù. Interiormente la rinunzia ai grandi discorsi è interamente fatta checché sia di ciò che Gesù vorrà poi; anche scrittore ci sono rimasto, nel periodo della oratoria, e può darsi che resti oratore nel nuovo periodo… ma certo in modo nuovo e con la prevalenza del nuovo compito. Che io sia fedelissimo a Gesù, senza mai traccia di resistenza.
(Diario, 5/3/54)

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Fedeltà alla volontà di Dio
Violentemente mi ha occupato tutto il giorno il pensiero che forse ora Gesù mi vuole proprio qui stabilmente, prendendo questa casa come casa mia: farne la centrale promotrice della nuova controriforma. Rinunziando in gran parte a ogni altra mia attività. Gesù, non voglio altro che eseguire ciò che volete voi due [Gesù e Maria]: fate luce chiara e noi eseguiremo. Per voi lasciai la vita di scrittore divenendo oratore, e forse ora devo chiudermi qui. Tutto ciò che volete voi, e solo quello, a ogni costo.
(Diario, 18/7/54)

Offerta totale alla volontà di Dio
ImageIl pensiero dominante è l’offerta totale a Gesù e Maria, se per la Chiesa mi vogliono chiuso qui. Ho sentito anche tanto la bellezza di dare fervore ai sacerdoti…, spargendo nella Chiesa i promotori di un rinnovamento generale. Per parte mia, salvo il futuro giudizio dei superiori, arrivo a questa riforma fondamentale degli esercizi: cambiar vita e venire qui come animatore della casa di formazione degli apostoli…. E forse una grande data nella mia povera vita: devo intonare tutta la mia giornata al nuovo ritmo: preghiera, redini strette a ogni irascibilità ecc… evitare ogni grettezza con la Scuola Apostolica e in faccende di amministrazione ecc.
(Diario, 19/7/54)


Totalmente circondato dalla volontà di Dio
In realtà bisogna: 1) evitare noi ogni peccato; 2) dolersi dei peccati degli altri, che certamente Dio non li vuole: né interni né esterni; 3) reagire, in quanto Dio vuole anche questo; 4) ma restare perfettamente calmi, nella certezza che ciò che mi accade è sempre voluto da Dio: è proprio Dio a volere per me quell’ordine, quella visita, quel ritardo, quella noia, quella umiliazione, quella interruzione, ecc. Se vedo di dover correggere altri, si faccia; ma in cuor mio restare quieto che – tranne il peccato formalmente considerato come tale – ciò che è accaduto è proprio ciò che il Signore voleva. Mamma, aiutami ad avere più pace con questi pensieri. Devo sentirmi totalmente circondato dalla volontà di Dio, in ciò che di fatto accade. L’unico punto è badare a far io quanto devo, sia da parte mia, sia esigendo da altri quanto mi pare di dovere esigere innanzi a Dio.
(Diario, 13/11/54)

Penso solo alla Chiesa
Non dò assolutamente nessun peso a ciò che può essere il mio amor proprio o altro aspetto mio: penso solo alla Chiesa, a Gesù, per decidere ciò che pare convenire di più.
(Diario, 1/62)
 
Com’è bello il tuo cammino
Gesù, come è bello il cammino che hai fissato per me, senza nessun passo nella linea dell’autorità. Se no, forse perdevo tanta possibilità per predicare il bene generale della Chiesa al di sopra di ogni ambizione, interesse ecc.; arrivare fino alla fine così, un povero prete.
(Diario, 4/62)
 
Docilità
Trattandosi del rapporto con Dio, evidentemente l’amicizia con lui deve avere da nostra parte una delicatissima nota che tutta pervade: la docilità, quanto più tanto meglio. Gesù è disceso dal cielo per compiere la volontà di colui che lo ha mandato, e adesso chi ama lui deve compiere la sua volontà.
(Manuale Fondamentale, p. 282)

Fiducia
Le difficoltà sono molte e continue, ma io affido tutto a voi e mi considero un piccolo segretario, anzi un velo attraverso cui Gesù fa ciò che vuole lui… E’ tutto vostro, è tutto per voi, ciò che accade qui.
(Diario, 1/11/54)

Fiducia cieca in Dio
Nella mia vita sono ormai anni e anni che faccio sempre i passi nel buio, fidando in Gesù, quando sono certo che è Lui che vuole, e sempre sono riuscito: non sapevo bene le lingue quando andavo all’estero, non avevo vie e predicavo, non chiedevo soldi e sempre avevo il necessario… Gesù non ci farà mancare il pane, anzi, la casetta la vorrei più grande di com’era l’altra già fissata.
(Diario, 30/12/54)

Resti Lui solo ad amare e agire in noi
Sarebbe concetto incompleto, far coincidere la vita spirituale con la sola pietà. Al contrario, il modello di un agire perfettamente penetrato d’interiorità – intesa come cibarsi continuo della volontà di Dio – lo ha fornito lo stesso Gesù. Si può definire la vita spirituale in una sola parola. Lo ha detto lui: Io sono la vita. E’ lui, che viene a possederci e ad assorbirci da dentro. Occorre assoggettarsi personalmente a lui che manifesta il suo volere nelle forme illustrate dalla teologia spirituale; pian piano renderlo talmente padrone di noi, che resti lui solo ad amare e ad agire dentro di noi come lui vuole: “Per me vivere è Cristo”.
(Manuale Fondamentale, p. 282)

Fedeltà alla volontà di Dio
Ho in cuore una soave nostalgia di distacco: Gesù, se Tu volessi, lascerei tutto senza amarezza, con un bell’atto di amore per i fratelli, e verrei con Te solo nella contemplazione. Ma credo che Tu non vorrai... Aiutami a essere fedele e a edificare con l’ubbidienza giacché pare che ho scandalizzato con l’imprudenza.
(Diario, 1/62)

 
Non sfuggire un istante al vostro possesso
Maria Santissima, io predico in tutti i toni la riforma della Chiesa, e dico di presentare un messaggio del Papa. In realtà fino ad oggi sono io che… trascino la Chiesa. Maria, che non sia una follia, e soprattutto che non danneggi nessun’anima. A me pare di stare ininterrottamente sotto l’influsso e la guida di Maria e di Gesù. Fate che io vi serva sempre, come un bambino, uno schiavo, un servitorello, un nulla. Vi chiedo solo la grazia di non sfuggire mai un istante al vostro possesso e alla vostra guida totale.
(Diario, 11/10/53)

Ciò che Voi volete

Mi pare proprio che la mia persona è completamente subordinata a te. L’amor proprio forse preferirebbe fare l’oratore, ma ciò non ha più nessuna voce. Unicamente voglio sapere ciò che tu vuoi. Maria, se Gesù mi vuole formatore di sacerdoti, animatore di riformatori anziché predicatore, io sono felice e accetto fin d’ora: che si faccia solo che voi volete.
(Diario, 24/12/53)

Fedeltà verso tutti i desideri di Dio
Posso dire di aver raggiunto lo stato di fedeltà?… Non oserei affermare di essere arrivato alla fedeltà oggettiva, verso tutti i desideri di Dio su di me. Le deficienze di fronte a quell’ideale sono sempre innumerevoli. “Anche se non sono consapevole di colpa alcuna, non per questo sono giustificato; il mio giudice è il Signore!” (1Cor 4,4). Così esclamava Paolo, vaso di elezione… Feci per molto tempo l’esame particolare su questo: se in ogni momento avevo o no l’impressione sincera di aver compiuto il possibile per contentare Dio in ogni suo desiderio. La coscienza si veniva formando così sempre di più: sensibile e sicura, quanto normalmente può esserlo al medesimo tempo. Grazie a Dio, era semplice, pur apparendomi notevolmente delicato… Anno per anno mi pare che la settimana di esercizi spirituali abbia raggiunto chiarezza nello spirito. Tappe nettissime. Ne conservo tutte le conclusioni scritte: esame continuato di coscienza, insieme programma concreto di vita nella ricerca della fedeltà, elaborato a tappe con l’aiuto della infinita misericordia di Dio.
(Manuale Fondamentale, p. 205)

Voto di fare il meglio possibile
Nell’ultimo anno di formazione, ebbi una gran luce. Mentre recitavo il breviario di santa Teresa d’Avila, il 15 ottobre 1937, mi colpì il voto emesso da lei di compiere sempre il meglio che avrebbe visto concretamente possibile, momento per momento. Mi parve che di fatto quello era lo stato di vita, che almeno in teoria mi sforzavo di attuare già da molto. Ed era così bello, così semplice, quasi mi pareva assurdo pensare di essere altrimenti. Quando quel giorno uscii al passeggio con un compagno – lo ricordo bene – mi sentivo estremamente libero e felice: completamente libero con la mia coscienza segreta, senza altre norme, perché quella era completamente e solamente legata a Dio. Mi pareva di ballare per le strade, tanto ero libero… Quel voto l’ho ancora. Lo rinnovo negli esercizi spirituali. Lo osservo? Spero proprio.
(Manuale Fondamentale, pp. 205-206)

Superare la prudenza normale
Vado pensando alla prossima udienza [col Papa]. Chiedo consiglio a P. Rotondi… mi dice: “Io penso che a lei è impossibile dare un consiglio, perché lei ha criteri e certezze che superano la prudenza normale. Io per me andrei dal Papa a offrirgli tutto ciò che siamo e abbiamo, chiedendogli che ci dica cosa vuole da noi, e poi ci lasci lavorare benedetti. Ma capisco che lei [ndr Lombardi] non può parlare così: lei ha delle certezze per cui, se il Papa per esempio le dicesse che va tanto bene l’Opera coi Gesuiti, lei continuerebbe a pensare che ciò deve poi cambiare. Per lei dobbiamo tutti pregare, che Dio la assista, ma lei deve seguire la sua ispirazione e la sua linea come ha fatto finora. Ho molto pensato su tale risposta di Rotondi, che non pone in dubbio la mia ubbidienza al Papa, ma riconosce che io credo di avere certezze che mi vengono ancora da più su, e trovo che P. Rotondi ha ragione.
(Diario, 25/11/66)

Nessuna evasione
I progetti di Dio sono tremendi e non permettono evasioni a chi si è abbandonato totalmente in Gesù.
(Diario, 19/4/65)

Devo aprirmi a un nuovo passo
Per rispondere al piano di Dio, non devo chiudermi in me stesso, ma aprirmi ad un nuovo passo: “sulla mia morte deve trionfare la Sua vita”, come semplice condizione perché Gesù possa vivere ed agire liberamente in me, come Signore assoluto.
(Esercizi Spirituali, Varese, 11–18/8/53)

Immerso nel Piano di Dio – come in un fiume
Alcuni insinuano delicatamente che io dovrei essere più forte… più attivo nel prevedere e dirigere certi eventi. Io però sento qualcosa che molte volte me lo impedisce: io sono come in un grande fiume, il piano di Dio, e tutto mi sembra che mi porti avanti così, senza quasi possibilità di scelte mie attive: Dio agisce intorno a me in un certo modo che mi sembra vietare altre iniziative. Io lascio moltissime volte che le circostanze maturino le cose, più che guidarli io, e vedo in ciò la volontà di Dio.
(Diario, 22/9/64)

Tutto per amore: Testamento di P. Lombardi

La Chiesa è un culto degli uomini per amore di Dio. L’Amore è l’incontro con Dio. Valorizzare, per amore dell’uomo, tutte le forze spirituali. La più grande miniera e riserva per trasformare l’Amore di Dio in amore degli uomini, è riflettere sulla virtù teologale dell’amore dei fratelli. Il Cristianesimo trasforma in virtù teologali le principali virtù umane. La fondamentale che è la carità diventa direttamente “Amore di Dio”. Ogni amore per gli uomini diventa amore di Dio. La conseguenza di questo Amore teologale è “trattare bene tutti”. E trattando bene gli uomini trattiamo bene Dio. Sembra impossibile fare del bene a Dio, però quando lo facciamo agli uomini, lo facciamo a Dio. “Vogliate bene agli uomini”. Questo Amore comprende la virtù teologale che è la più alta di tutte, cioè l’Amore di Dio. Queste poche parole sono state la mia vita.
(Diario, 5/7/79)

 
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Promesse e difficoltà del dialogo Islamico-cristiano oggi PDF Stampa E-mail

Regaliamoci 30' di "preghiera mentale". Ecco una relazione di un fratello islamico sul dialogo inter-religioso islamo-cristiano. Una boccata di ossigeno del cuore e della mente. 
A quando il "Concilio mondiale delle religioni" per la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato"...???? Sarebbe così urgente!

d. Gino

Promesse e difficoltà del dialogo islamico-cristiano oggi

 

Parlare troppo di una cosa significherebbe la sua mancanza oppure l’esigenza o l’urgenza della sua presenza. Questo mi sembra valido anche per il dialogo interreligioso. Il vero dialogo dunque comincia quando gli interlocutori non usano più la parola dialogo, il dialogo diventa per loro una seconda natura, un modo d’essere e d’agire che va da sé. Due amici si parlano, non pensano mai che stanno facendo dialogo, sono amici e basta. L’amicizia non significa essere fotocopia uno dell’altro, essendo diversi per natura. Solo gli estranei usano la parola dialogo per sottolineare i confini.   Il dialogo, per me, è un’ontologia divina, umana e cosmica assieme, che ha un significato e ruolo esistenziali. Da questa convinzione il dialogo non è solamente una necessità pragmatica per gestire i rapporti tra diverse comunità, e risolvere i problemi di una convivenza in crisi, questo aspetto è senz’altro importante, ma non è giusto ridurlo ad un dipartimento degli affari esteri religiosi o/e politici. Il dialogo è un modo d’essere e d’agire che abbraccia tutto. Senza l’appoggio di una spiritualità dialogale, che trova la sua espressione giusta nella teologia e nel pensiero religioso in generale, il dialogo rischierebbe di diventare una vetrina diplomatica marginale e superficiale.  

Partendo da questa osservazione, il dialogo non è una attività tra altre attività, ma un tipo di religiosità tra altri tipi di religiosità. Ma di che tipo di religione e di religiosità stiamo parlando? Prima di cercare di rispondere a queste domande (forse con altre domande!), cominciamo ad analizzare il senso e il ruolo della religione. Parto da una presupposto: il ruolo della religione è di darci l’ultimo significato del mondo e di noi stessi, e di darci il motivo per scegliere e agire nella luce di questo significato. Non sostengo che solamente la religione possiede il monopolio del significato e della motivazione. Ci sono forme laiche di pensiero che cercano di sfidare o sostituire le forme tradizionali della religione, si può considerarli come pseudo-religioni oppure religioni tout court nel senso ampio del termine, finche assumono quasi questo ruolo religioso, come produttori del significato. Insisto, in questo contesto, su l’unità dei diversi aspetti della religione: l’intenzione e l’azione, l’interiorità e l’esteriorità, l’esperienza religiosa e la sua espressione filosofica, teologica, artistica, morale, sociale, politica ecc…

Questa unità chiede un certo equilibrio e scambio tra queste dimensioni. Un pensiero teologico, per esempio, distaccato dall’esperienza spirituale, rischia d’essere un linguaggio di potere e dominio. Si può chiedere giustamente quali tipi di religiosità permettono un vero dialogo? Quando una religione o un tipo di religiosità diventa un ostacolo? Partendo dalla mia esperienza e dalla mia comprensione del ruolo della religione, sostengo che il principale ostacolo è l’egoismo, in altre parole il rifiuto, la paura dell’altro e la voglia di dominarlo, la chiusura nei confini dell’ego, e l’imprigionamento nella particolarità. In questo senso l’egoismo è antireligioso per definizione, è semplicemente satanico. La prima parola pronunciata da IblÌs (Satana) quando Dio gli ha chiesto perché avesse rifiutato di prostrarsi davanti a Adamo è stata: Io, “Io, sono migliore di lui, hai creato me di fuoco, mentre hai creato lui di fango”. Corano (7: 12), (38: 76).

Il primo peccato è il razzismo. Il ruolo iniziale della religione dunque, secondo questa considerazione, è di liberarci dall’ego individuale e dall’ego collettivo. Si parla spesso del primo e raramente del secondo:  
1. Primo, perché le religioni hanno in genere condannato l’egoismo individuale, ma essendo costruttrici di comunità, hanno rinforzato, volendolo o no, il comunitarismo, o quello che chiamiamo oggi il tribalismo planetario. Quando una comunità cessa di essere uno spazio di crescita spirituale e diventa un assoluto in sé si trasforma in una tribù, una prigione per la persona. 
2. Secondo, perché l’egoismo collettivo è nascosto dietro un pesante velo di collettività in cui la responsabilità non è ben chiara. Il subconscio collettivo sa come difendersi con argomenti nazionalisti o religiosi, sa come fare per giustificare ed abbellire il suo razzismo etnico o religioso.

L’ultimo è spesso meno nominato e perciò meno condannato. Il razzismo religioso diventa “rigore”, “fervore” o “zelo” secondo alcuni. In certi ambienti teologici si chiama “esclusivismo” o “tradizionalismo”. Qualche volta è tollerato come forma d’orgoglio tradizionalista e conservatore nelle società antiche, un certo esclusivismo teorico che non si traduce necessariamente in violenza.  Niente è garantito. L’esperienza storica c’insegna che questo esclusivismo detto “moderato” è il contenitore potenziale in cui nasce l’esclusivismo esplosivo. Il passaggio tra loro è come quello dall’intenzione all’azione, dalla pronuncia del verdetto all’esecuzione.   Da un’altra parte, niente è garantito anche con il pluralismo religioso, perché esiste sempre il rischio d’essere esclusivisti con gli esclusivisti, e cadere così in un cerchio vizioso d’azione e contro-azione da cui non si può uscire. E’ semplicemente una contraddizione. 

La lotta contro l’esclusivismo come portatore del virus della violenza nazionalista o religiosa, consiste in un lavoro teologico di base accompagnato da un percorso pedagogico e educativo lungo. Questo cambiamento progressivo e lento dipende anche dalla cultura e dalle condizioni socio-economiche. Sappiamo bene che l’ingiustizia sociale, l’occupazione, la fame, il dispotismo, la tortura, la corruzione ecc., sono condizioni non-preferibili per l’apertura e il dialogo, al contrario sono fattori di rivolta e di rifiuto che prendono spesso forme aggressive. Per gli oppressi questa violenza potrebbe essere un atto di sopravvivenza, che rischia, in casi estremi, di trasformarli in oppressori, e così riproducono quello che hanno subito sugli altri. Generalmente parlando, il dialogo interreligioso non è al centro delle preoccupazioni della gente comune. Una società che soffre di una mancanza pericolosa del dialogo a tutti i livelli: tra stato e società, governo e opposizione, tra i partiti politici, le classe sociali, tra generazioni, tra i membri della famiglia, tra nazionalisti e islamisti, tra i diversi gruppi e tendenze religiose…

Davanti a questi nodi, il dialogo interreligioso, che si svolge nelle università e nei centri di studio, non interressa le masse affamate del pane e della libertà. In questo quadro il dialogo non fa parte delle priorità della gente.  Tutto questo non è privo di elementi di verità; l’aspetto sociale e politico è predominante nel tipo di religiosità araba, per esempio. Ma questo non giustifica l’emarginazione del dialogo e l’isolamento della sua gente. Il dialogo, come ho accennato prima, non è parziale ma sistematico, una struttura mentale, uno spirito che soffia e agisce in tutte le parti. Una riforma radicale che non tenga conto dell’importanza del dialogo è destinata al fallimento, a mio parere. Si può fuggire dal dialogo ecumenico (interno) al dialogo interreligioso perché ci sembra contenere meno implicazioni dottrinali, è più comodo trattare delle persone lontane.

Inserire il dialogo nel sistema è una sfida difficilissima.  Una delle forme della particolarità che può essere di ostacolo al dialogo, è la particolarità culturale. Il termine “particolarità” è più neutrale paragonato con l’egoismo, ma ambedue possono impedire l’apertura e l’universalità.  Il viaggio tra Tunisi e Roma dura un’ora circa di volo, ma quello che conta veramente è il viaggio mentale, che ha le proprie misure. La geografia mentale e immaginaria, le case dei nostri sogni e incubi, influiscono decisivamente sul nostro modo d’essere e di comportarsi. Saltare o attraversare i muri dell’immaginario, vale a dire passare dal cristiano immaginario al cristiano concreto (la concretezza rimane comunque relativa), è il principale obiettivo -secondo me- del nostro pellegrinaggio nel cuore del mondo cattolico.  Il Mediterraneo unisce e separa due mondi diversi. In modo generale (direi un po’ semplicista), i paesi del Maghreb -a causa della geografia e della storia- sono molto vicini alla cultura occidentale, soprattutto l’élite urbana, ma questa cultura è vista spesso nella sua dimensione secolare à la française, in cui l’aspetto religioso è negletto per non dire sospetto. Invece per la gran-maggioranza della gente maghrebina, l’immaginario classico dell’altro (el riconquistador spagnolo e le colon francese) è rimasto quasi intatto.

Dopo un lungo percorso d’occidentalizzazione, generalmente forzata e superficiale, il rapporto con l’Occidente è rimasto ambiguo: l’Occidente odiato e amato, condannato e glorificato, anti-religioso e cristiano assieme.  La vicinanza geografica o un lungo soggiorno in Occidente non significano necessariamente una conoscenza profonda e comprensiva dell’altro, finche i pregiudizi e le memorie sono fuori della critica. Perciò i pellegrinaggi culturali sono necessari per preparare una nuova generazione dialogante. Il dialogo oggi è un modo basilare per essere universale. Vivere nel presupposto dell’assenza dell’altro è ormai impossibile. Un altro ostacolo culturale è l’ampiezza e la ricchezza del patrimonio religioso accumulato da secoli. Le scienze religiose sono un mondo molto ampio, si può consacrare una vita intera all’opera di un teologo o di un esegeta. Da che parte del cristianesimo può un musulmano cominciare i suoi studi, o viceversa? Esiste una disciplina di Cristianologia omologa a quella d’Islamologia ? Dove si può studiare tutto questo? Le Università e gli Istituti pontifici sono numerosi, ma da dove possiamo cominciare lo studio del cristianesimo? Anche quelli che hanno tempo per cominciare dall’inizio il percorso accademico: baccalaureato, licenza e dottorato, devono fare scelte precise tra: Storia, Teologia, Studi Biblici, Patristica, Spiritualità, Missiologia, Studi Ecumenici… e nella Teologia, si deve scegliere tra: Dogmatica, Sistematica, Biblica, Patrologia, Cristologia, Pneumologia, Mariologia … basta aprire un Ordo di qualsiasi università pontificia per vedere l’abbondanza delle scelte, da cui nasce una certa perplessità all’inizio, che può essere temporanea, ma rischia qualche volta di causare un rifiuto totale o generare una conoscenza superficiale.  

L’ostacolo culturale non si limita alla molteplicità delle discipline, ma si manifesta soprattutto nella differenza di linguaggi e di categorie mentali. Il discorso dogmatico cristiano non è facile, soprattutto nella sua forma filosofica astratta. Come si fa a capire un tema che sembra difficile per i cristiani stessi? Cosa mi comunica per esempio l’Incarnazione, la Trinità, la Passione, la Crocifissione, la Resurrezione, la Redenzione…?   Tutte queste difficoltà culturali, l’egoismo collettivo e la particolarità paranoica s’incontrano sul piano individuale, nel cuore dell’essere umano. Qui la psicologia ci aiuta a trovare la soluzione ai problemi della sociologia e della cultura. Si può paragonare la mia esperienza romana ad un uomo che esce da un contrasto di luce ed entra in una camera; all’inizio non vede niente, e progressivamente comincia a distinguere le cose, poi nota che c’è una sedia su cui si può sedere, poi scopre un interruttore per accendere la luce, e così vede un libro interessante accanto alla sedia e comincia a leggerlo… e forse aprirebbe la finestra per scoprire un bellissimo giardino nascosto, e così via…  

La scoperta del cristianesimo per me non è un Ordo universitario oppure una bella biblioteca pontificia. Certamente i libri e i corsi sono utili e necessari, ma la cosa più importante è l’incontro umano, l’amicizia. È incredibile e affascinante: incontrare una persona di un continente diverso, una lingua diversa, una cultura diversa, una religione diversa… Tutto sembra diverso e insuperabile; nonostante tutto questo, si può non solo comunicarsi ma anche ritrovarsi l’uno nell’altro, scoprire un’unità trascendente che costituisce il nucleo della nostra umanità e divinità. Prendere il Vangelo o il Catechismo della Chiesa cattolica, e dire: questo è il cristiano, è un modo molto riduttivo e mistificante per conoscere il cristiano. C’è tanta diversità e pluralità nel mondo concreto, non solo tra destra e sinistra, conservatori e riformisti, spirituali e canonici, eretici e ortodossi… ma anche tra persona e persona, tra un paese e l’altro… e così si scopre che dietro la classificazione tradizionale delle religioni, c’è un’altra classificazione di religiosità. Ci sono cristiani che vivono la loro fede in un modo rilevante per me, anzi mi danno una dimensione più profonda e un orizzonte più ampio per la mia esperienza religiosa. Invece ci sono altri che mi fanno ricordare alcuni musulmani polemici ed esclusivisti. Comunque si dialoga e s’impara da tutti, con gli aperti s’impara l’apertura, e con i chiusi s’impara l’arte della pazienza.

Ascoltare pienamente l’altro diverso, anche quando parla in modo abusivo, è un esame decisivo e una sfida importantissima per l’uomo religioso, che mostra concretamente che si è liberato dall’egoismo sia individuale che collettivo, che prende spesso forme molto sfumate per non dire religiose.  Il dialogo stesso è un modo ascetico di purificazione interiore. Dialogare è un modo per approfondire la nostra religiosità, se capiamo la religione come scoperta continua dei volti di Dio nel cosmo e nell’uomo.  Nella confraternita al-Shª¼iliyya chiedono a al-murÌd, il novizio, di distribuire acqua nella moschea. E così a Tunisi nella moschea al-Zaytñna per esempio, si vedono persone prestigiose che si inchinano davanti alla gente per offrire un calice d’acqua fresca nei giorni estivi caldi. Questo piccolo gesto è molto significativo per togliere il falso orgoglio. Il servizio è il cuore della missione spirituale che impedisce ogni tendenza imperialistica. E non esiste servizio senza l’umiltà dell’ascolto. Una delle grandi sfide davanti al dialogo è l’educazione. Come si fa per insegnare obiettivamente la religione dell’altro? Certamente l’obiettività è relativa, forse c’è bisogno di una soggettività positiva, un cristiano non può rappresentare l’Islam ai suoi correligionari, e lo stesso per un musulmano che insegna il cristianesimo, senza un minimo di coinvolgimento e compassione, un certo senso d’adesione o d’identificazione parziale, oserei dire.

Dobbiamo anche essere attenti a non generalizzare le nostre convinzioni, soprattutto quando dichiariamo che le intenzioni sono buone. L’umanità ha conosciuto tanti tipi d’imperialismo umanistico, un imperialismo soft che può sembrare antimperialista, o piuttosto contro la versione hard dell’imperialismo. Il dialogo interreligioso non fa eccezione. Nel dialogo interreligioso si condanna spesso il pericolo del relativismo, vale a dire la convinzione che ciascuno porta in sé la propria verità, ciò significa che non c’è una Verità assoluta, ma solo delle verità concrete, particolari e private.  Non voglio difendere la filosofia sofistica che annuncia che non c’è verità dietro la retorica. Ma sono consapevole che i nostri contesti, linguaggi, culture… insomma la nostra condizione umana ci limita. La Verità esiste, anzi è unica, ma è plurale nelle sue manifestazioni e concettualizzazioni. Dio è uno in sé, molteplice nei suoi nomi e manifestazioni. Questo c’insegna l’umiltà, l’apertura e la carità ermeneutica. C’è una grande differenza tra il relativismo, la privatizzazione della verità, e l’accettazione della natura pluralistica della verità unica, quest’ultimo atteggiamento stimola il dialogo e la conoscenza reciproca, invece il relativismo appella alla chiusura nel recinto delle piccole verità.

Vorrei darvi due esempi concreti che possano essere ponti di incontro e di comunicazione, partendo sempre dalla mia esperienza. Questi due temi esemplari sono stati per me molto utili e illuminanti per proseguire il mio cammino dialogale:Il primo ponte è l’Eucaristia. Sembra strano! Si chiede giustamente come un musulmano che non crede nella Crocifissione, la morte e la Resurrezione di Cristo, neanche nella sua divinità, può capire la scenografia eucaristica. C’è un’incompatibilità simbolica e dottrinale, che impedisce alla persona cresciuta nell’immaginario islamico di decifrare il senso che sta dietro la maschera del simbolo, e così di interagire positivamente con la liturgia eucaristica, i simboli diventano semplicemente muti e assurdi. Vediamo qualche esempio: 1. Nella preghiera islamica non si può mangiare, invece l’Eucaristia è basata sul simbolismo del cibo.2. Il vino è vietato nell’Islam, invece nell’Eucaristia il vino si trasforma nel sangue di Gesù Cristo.3. Mangiare la carne di una persona è collegato nel simbolismo islamico al peccato di parlarne male in sua assenza (al-ghÌba).  Sul piano dottrinale, la gran maggioranza dei musulmani, salvo alcune eccezioni oggi, credono che la Crocifissione è negata categoricamente nel Corano, dunque o si crede nel Corano o nella Crocifissione. Davanti a questa contraddizione radicale, sarebbe meglio evitare l’argomento, considerato come tema tabù o una linea rossa da non affrontare.  

Nella mia comprensione della religione e del dialogo, non esistono temi tabù da non discutere, soprattutto quando c’è fiducia e amicizia. Non credo che i temi della Crocifissione e della Redenzione siano insuperabili. Quello che li rende così sensibili è il velo della storia e del linguaggio. Ci sono verità che sono “trans-culturali”, sono verità esistenziali che ci spiegano e danno senso alla vita. I temi della sofferenza, la morte, la rinascita spirituale, la speranza… sono temi umani universali, nonostante il linguaggio simbolico usato per esprimerli, anzi sono vite ed esperienze al di là della diversità culturale. Capire in questo caso il linguaggio cristiano per un musulmano è possibile.  Altre religioni usano diversi linguaggi per esprimere queste realtà esistenziali. Alcuni Sufi hanno usato il parto di Maria la Vergine come modello di sofferenza redentiva e rinascita spirituale della vera identità umana. La nascita di Gesù Cristo, l’avvento natalizio, ha preso qui una dimensione pasquale di morte e resurrezione. Nello Sciismo, si possono trovare tratti pasquali e redentivi nella morte di al-Husayn il nipote del Profeta Muhammad. A volte i mistici hanno usato un linguaggio erotico per esprimere la comunione e l’unione con Dio.  Non è facile, la questione mi sembra qualche volta più profonda di una differenza di categorie mentali, la questione è psichica, si radica nel subconscio, e i meccanismi della difesa psichica prendono spesso forme sottilissime e indirette.

Mi ricordo, appena arrivato a Roma, ho provato a partecipare alla messa, senza prendere la comunione ma accompagnando la gente mentalmente verso l’Altare. Ad un certo punto, mi è venuta la voglia di vomitare, era una reazione sorprendente per me stesso, mi pensavo più tollerante! Il mio subconscio ha reagito fortemente e fisicamente per conto suo, senza chiedermi nessun permesso. Questo mi aveva impaurito, la scoperta di corridoi e camere nascosti nella propria anima dà un sentimento strano di instabilità e di incontrollabilità. L’anima è in uno stato di ribellione, forse questa è la pazzia. E così la mia nuova avventura dialogale, appena cominciata, rischiava di fallire. Forse ho bruciato le tappe, la mia voglia di andare velocemente fino al fondo dell’esperienza cristiana ha scatenato dentro di me gli allarmi psichici, anche l’anima ha i propri anticorpi. Forse ho capito in modo troppo carnale e quasi cannibalesco la dottrina della “transustanziazione”. Non lo so, ma in ogni caso ho deciso di non andare più alla messa finché le cose si fossero chiarite. Dopo alcuni mesi, ho deciso di andare nuovamente alla messa, mi sono ribellato alla mia debolezza, e la voglia di continuare l’avventura era più forte. Durante la comunione, e in modo impensato come la prima volta, ho cominciato a recitare una preghiera islamica, la preghiera abramica, che si recita alla fine di ogni preghiera rituale per invocare la benedizione di Dio su tutti i figli d’Abramo.

Non sono io che ho trovato la soluzione, piuttosto il mio io profondo ha trovato il punto d’incontro tra la mia preghiera, la musica che vibra dentro la mia anima, e la preghiera cristiana, l’Eucaristia.  Nel dialogo uno non cambia la sua religione, ma cessa di guardarla nel modo in cui lo faceva prima, la sua religione si trasfigura davanti a suoi occhi, come se l’altro gli avesse prestato nuovi occhi. Perciò i conservatori da tutte le parti temono il dialogo, perché, a loro parere, disturba la tranquillità delle anime e rischia di causare la loro perdita. I rischi esistono certamente, ma la vita stessa è rischio. Capire e apprezzare il cristianesimo non significa necessariamente essere battezzati. Ma nel mio caso, il cristianesimo è diventato ormai una parte della mia formazione e del mio bagaglio culturale, si può dire anche della mia identità, se capiamo l’identità come percorso evolutivo complesso, che abbraccia quello che abbiamo ereditato e quello che facciamo e acquistiamo. Una volta superato il primo choc e presa familiarità con il nuovo linguaggio e i suoi concetti, si può essere anche creativi in questo spazio simbolico.  Il secondo ponte di comunicazione col Cristianesimo è la sua dimensione liberatrice, concernente la giustizia sociale e la solidarietà con i poveri, gli emarginati e gli oppressi.

Questa dimensione rende l’aspetto spirituale più attivo e significativo, soprattutto nei paesi del Sud del mondo. Per questo motivo, la Teologia della Liberazione, la Teologia Nera, la Teologia della donna ecc… sono state per me molto utili per discernere un discorso cristiano comprensibile. In questa linea, il concetto della missione da‘wa prende altre dimensioni, diventa una cooperazione per la realizzazione o l’umanizzazione dell’essere umano e l’umanità. Che cosa vuole Dio da noi, insieme? E che tipo di uomo vogliamo educare? Forse esagero un po’ quando parlo di una missione interreligiosa, questo sembra lontano, ma vedo i suoi segni da oggi, nonostante le catastrofi che ci circondano.  Per salvare la nostra Casa comune, la Barca celeste, è necessario avere il coraggio di fare un passo decisivo, espressivo e comprensivo verso l’altro, come l’altro ci accoglie e c’invita a casa sua. 

Adnane Mokrani  

 

 

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