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Pensieri di p. Lombardi: |
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Sala di Lettura
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Scritto da Rene Kaes
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INTERVISTA CON L’ANALISTA FRANCESE RENE KAES
E’ possibile o impossibile dimenticare? All'origine di biografie
disastrate, ma anche di grandi tragedie collettive, ci sono i traumi di
un passato che non passa. Non solo ferite individuali, romanzi
familiari tinti di nero, ma fratture irreversibili con i genocidi del
Novecento di cui la Shoah è stato il paradigma più osceno. Siamo
comunque eredi, spesso servitori, non sempre allegri beneficiari della
vita di chi ci ha preceduto.
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Scritto da Robert Putnam
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di Robert Putnam
Un articolo da Reset
La sfida centrale per le società in via di diversificazione
consiste nella creazione nella creazione
di un nuovo e più ampio senso di comunità
Una delle più importanti sfide per le società moderne ma anche una delle nostre maggiori opportunità, risiede nella crescente eterogeneità etnica e sociale che caratterizza praticamente tutti i paesi avanzati. La previsione più sicura che possiamo azzardare per tutte o quasi le società moderne è che, di qui a una generazione, saranno più eterogenee rispetto a ora. Ciò vale per un ampio spettro di paesi, dalla Svezia agli Stati Uniti, dalla Nuova Zelanda all'Irlanda(...).
La diversità etnica vedrà un sostanziale incremento, dovuto in parte all'immigrazione, in praticamente tutte le società moderne nei prossimi decenni. L'aumento dei flussi migratori e della diversità, non soltanto è inevitabile, ma in una prospettiva di lungo periodo è, a ben vedere, un’importante risorsa sociale.
La storia del mio paese ne costituisce la dimostrazione. In una prospettiva di breve-medio periodo, tuttavia, l'immigrazione e la diversità etnica mettono in discussione la solidarietà sociale e minano il capitale socialeIn una prospettiva di medio-lungo periodo, d'altro canto, le società che affrontano con successo l'immigrazione sviluppano nuove forme di solidarietà sociale, attenuando gli effetti negativi della diversità e costruendo identità nuove e più inclusive. La sfida centrale per le moderne società in via di diversificazione, dunque, consiste nella creazione di un nuovo e più ampio senso di comunità. (...) Dai risultati della nostra indagine (la «Social Capital Community Benchmark Survey», realizzata nel 2000 su un campione complessivo di circa 30 mila soggetti, ndr) emerge che la diversità non ingenera «cattivi rapporti interrazziali», né un'ostilità tra gruppi definita dalle etnie. I cittadini di comunità eterogenee, piuttosto, tendono: 1) aritifarsi dalla vita collettiva e a diffidare di quanti li circondano, a prescindere dal colore della loro pelle; 2) ad allontanarsi anche dagli amici più stretti, 3) ad aspettarsi il peggio dalla propria comunità e dai rispettivi leader; 4) a ridimensionare le attività di volontariato e le opere di beneficenza, 5) a impegnarsi di meno in progetti comunitari; 6) a recarsi con minore frequenza alle urne elettorali; 7) a mobilitarsi con più grinta per le riforme sociali ma con minore speranza che le stesse possano segnare una differenza; 8) a restare ore e ore tristemente incollati alla televisione.
Occorre notare che l’andamento appena descritto determina atteggiamenti e comportamenti e plasma il capitale sociale bridging e bonding, nonché i rapporti pubblici e privati. Si direbbe che la diversità, almeno sul breve periodo, stimoli la tartaruga che è in ognuno di noi…
Sociologi e psicologi sociali, tuttavia ci insegnano che gli individui riescono più facilmente a nutrire fiducia reciproca e collaborare quando minore è la distanza sociale tra loro. Quando la distanza sociale è ridotta, c’è un sentimento di comune identità, vicinanza e condivisione delle esperienze. Quando la distanza sociale è significativa, però, gli individui percepiscono e trattano l'altro come se appartenesse a una diversa categoria.
La distanza sociale dipende, a sua volta, dall'identità sociale: la percezione che abbiamo di noi stessi in quanto individui. L'identità stessa è frutto di una costruzione sociale e può essere socialmente decostruita e ricostruita. A onor del vero, questo tipo di cambiamento sociale si ve-rifica continuamente, in tutte le società dinamiche in evoluzione. Sia l'evangelismo religioso che la mobilitazione sociale e le campagne politiche, ad esempio, implicano un'intenzionale trasformazione delle identità (...). Ho l'impressione, in ogni caso, che finiremo per accorgerci come la via migliore per rispondere a tale sfida non consista nel rendere «loro uguali a «noi», bensì nella creazione di un nuovo e più ambizioso senso del «noi», e nella ricostruzione di una diversità che non cancelli le specificità etniche, bensì forgi identità-ponte, le quali garantiscono che le stesse specificità non scatenino la reazione allergica del ripiegamento su di sé. Da questo punto di vista, sottoscrivo le tesi di Trevor Phillips, presidente della «British Com-mission on Equality and Human Rights», il quale ha affermato: «Dobbiamo rispettare l'etnicità degli individui ma anche dare loro, almeno una volta alla settimana, l'opportunità di incontrare e voler trascorrere del tempo assieme a persone con cui hanno in comune qualcosa che non è definito dalla loro etnicità». La mia tesi, a tale proposito, prevede che sul breve periodo vi sia un compromesso tra diversità e comunità, ma anche che, con il trascorrere del tempo, una saggia strategia politica (pubblica e privata) possa arricchire tale contropartita. (...) Fare politica dell'immigrazione non significa soltanto occuparsi di numeri e frontiere, ma anche promuovere un sentimento di comune cittadinanza. Quali che siano le decisioni relative a numeri e frontiere, l'America vive oggi un processo di rinnovamento della sua identità storica quale nazione di immigrati, pertanto dobbiamo ricordare a noi stessi qual è la strada perché il paese sia tale con successo. L'analisi scientifica dell'immigrazione, della diversità e della coesione sociale rischia di dar fuoco alle micce, non appena i risultati della ricerca fanno il loro ingresso nel dibattito politico contemporaneo. Dibattito sul quale, però, devono riversarsi tutti i nostri sforzi di verifica e accertamento dei fatti. Occorre scongiurale che, in nome di un progressismo politicamente corretto, si neghi la realtà della sfida che la diversità pone nei confronti della solidarietà sociale. Ma anche che, in nome di un conservatorismo anacronistico ed etnocentrico, si neghi il fatto che affrontare tale sfida è insieme fattibile e auspicabile. Quasi un secolo fa, Max Weber diceva agli aspiranti leader politici che «la politica consiste in un lento e tenace superamento delle difficoltà, da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso». L'obiettivo di sentirsi a proprio agio con la diversità non sarà di semplice né rapida attuazione, ma potrà essere agevolato dai nostri sforzi collettivi, che alla fine saranno più che ripagati. Una delle grandi conquiste della civiltà umana risiede nella nostra capacità di ridisegnare confini dell'identità sociale più inclusivi. Il motto che campeggia sul Grande Sigillo degli Stati Uniti (e sulle banconote da un dollaro), nonché titolo di questo saggio, E pluribus unum, rispecchia perfettamente tale obiettivo: la creazione, cioè, di una nuova «unità» dalla diversità dei «tanti».
(Traduzione di Enrico Del Sera) La Repubblica 23.11.2007
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Scritto da Luigi Sartori
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di Luigi Sartori, da L’Avvenire, 4.11.2007
Tutti i commentatori insistono sul carattere apocalittico del crollo delle Torri gemelle di Manhattan colpite e distrutte dal terrorismo: «Fine del mondo! Niente d'ora in poi sarà come prima!... ». Un' apocalisse? Demolizione totale... in attesa del "rivelarsi" di realtà totalmente nuove? Seconda Auschwitz, ma ormai senza limiti, veramente universale, coinvolgente tutta l'umanità? Quella degli anni Quaranta sembrò oscurare l'esistenza di Dio, fino a far pensare alla sua" eclisse": dov' è Dio? Questa volta si giunge a presentire l'eclisse dell'uomo: dov'è l'uomo? Metà del genere umano pare venga arruolato dai terroristi per una lotta che dovrebbe abolire l'altra metà, addirittura in nome di Dio, della" giustizia divina"! E questo proprio mentre l'ecumenismo giunge invece a singolari convergenze in tema di "giustificazione", intesa come grazia e misericordia di Dio! La reazione dell'altra metà, quella che si sente squalificata in termini di massa di "infedeli", i quali avrebbero perduto ormai ogni diritto di esistere? In tale contesto storico l'ecumenismo pare quasi rimosso; sembra fuori sta-gione, sogno e utopia di frange minoritarie dell'umanità, momento breve di una storia che va verso il tramonto. Oppure, sì, esso continuerà, ma quasi al chiuso di una sorta di piccolo mondo antico, entro i limiti dei rapporti tra cristiani e tra Chiese confessionali? Mentre invece emerge e cattura ogni attenzione il prob1ema del rapporto con l'islam, problema che sembra indurre l'umanità a lasciare da parte le vie del dialogo e della pace, e a privilegiare piuttosto - solo per necessità storiche? - quelle delle sfide arroganti e delle crudeli competizioni, quasi l'unica meta finale possa e debba essere la vittoria di una sola voce di giustizia, divina o umana, e cioè di una sola "fede o forma di fede". Edizione moderna delle vecchie guerre di religione? Eppure proprio adesso, anzi oggi ancor più di prima, l'umanità avrebbe, invece, tanto bisogno di ecumenismo; ma di un ecumenismo che sappia rinnovarsi e purificarsi.
Oggi i due poli del conflitto mondiale tra terrorismo che aggredisce da Oriente e reazione di violenza armata da Occidente proiettano quasi su uno schermo gigante la primaria tendenza a difendersi dai giudizi altrui e a chiudersi nei propri.
L'islam contesta all'Occidente, tra l'altro, di aver ceduto al fascino della secolarizzazione, cioè di aver seppellito Dio e la fede in Dio, contrapponendovi l'idolatria dell'uomo. Mille ragioni si potrebbero addurre per rispondere che nella realtà ciò non è vero. Ma perché non ammettere che l'Occidente dà proprio l'impressione di favorire in qualche modo "la morte e l'eclisse di Dio"? Esso ostenta ricchezza immensa e crescente, ma così rende sempre più evidente e odiosa la discriminazione tra Paesi ricchi e Paesi poveri, e soprattutto contribuisce alla crisi dei valori morali, in specie quelli della giustizia. Al contrario il mondo occidentale contesta all'islam di professare una fede che ci addita, sì, un Dio unico, ma anche un despota assolutistico che sentenzia morte e non diritto di esistere per quanti non sono islamici ossia sono qualificati da "infedeli", "non credenti". Nuova forma di manicheismo, ma armato, questa volta, e per di più radicale, fanatico e universale? Certo l'autentico islamismo è in realtà molto articolato e diversificato. Ma l'islam in quanto tale dovrebbe tenere in conto l'interpretazione che l'Occidente sostiene quando esprime giudizi sulle radici interne del fondamentalismo islamico sia religioso che politico. Ma anche le religioni e le Chiese dovrebbero ripensare le ragioni della propria essenza e funzione nella storia dell'umanità. L'ecumenismo potrebbe diventare maggiormente radicale! Deve immettere dentro l!umanità il senso della "finitezza e vulnerabilità" di ogni esistente storico; perché vale per tutti e sempre quale primo proprio il primo comandamento: nessuno, all'infuori di Dio, è unico e assoluto. Un teologo ortodosso greco (Matsoukas) sostiene appunto che le religioni, tutte, sono tentate di violare soprattutto il primo comandamento, usurpando gli attributi di Dio. E cioè dovrebbe risultare evidente che nessuno può costituirsi nel diritto di agire da padrone degli altri. Nessuno si trova già dentro la zona franca di una libertà senza limiti, quasi nella patria di soli diritti senza corrispettivi doveri, così da poter decidere dell' esistenza e consistenza degli altri. Nessuna verità, neanche quella religiosa in quanto attraversa l'uomo, può costituire un' arma di morte. Inoltre, l'ecumenismo rimane sempre in processo. Non consente pretese di rappresentare la fine della storia. Soprattutto oggi esso deve recuperare in pieno il senso escatologico, la tensione a ciò che lo supera in tutto e sempre; così da farci camminare "come e con" tutte le altre esistenze storiche. La vittoria dell'unità non è già nelle sue mani. Vale la pena di richiamare la preghiera del profeta dell' ecumenismo, Paul Couturier: «Signore, donaci l'unità... , ma non quella dei nostri sogni, bensì "quando e come tu la vuoi"». Si tratta quindi di spiritualità e non di progetti di riconciliazione tra contendenti, tanto meno di tattiche politiche. Proprio così vanno interpretati anche i due noti principi basilari del dialogo teologico tra Chiese: quello della gerarchia delle verità, quello della storicità delle espressioni della fede. Non sono semplici criteri di studio; sono orientamenti del vivere da credenti, da cristiani. E non basta che essi diventino vita e mentalità dentro la famiglia dei credenti. Oggi occorre lavorare perché si traducano in criteri di vita per l'intera umanità. L'ecumenismo non può non coinvolgersi nel dialogo fra religioni mondiali e nei problemi della convivenza umana. Dagli anni Settanta si è discusso sul rapporto tra unità delle Chiese e unità del genere umano; e si è dovuto ben presto affrontare il problema: quale unità viene prima, quella tra le Chiese o quella tra popoli e culture? O sono invece due mete parallele? Poi si è giunti alla soluzione di accostarle, per timore che l'unità dei cristiani rappresenti soltanto un "mezzo", una "tappa", nel cammino verso il "fine" della pace del genere umano. Penso che oggi si debba evidenziare maggiormente il nesso strettissimo tra le due finalità; l'una coinvolge l'altra, ed è coinvolto nell'altra.
Quale massa di impegni, allora, per l'ecumenismo! Dentro una situazione che vede trionfare la conflittualità, come riuscire a suscitare, almeno in qualche misura, un'inversione di rotta storica, o anche soltanto un cambiamento di mentalità? Ma almeno l'ecumenismo intervenga nel settore delle comunicazioni, delle letture e delle interpretazioni dei fatti e delle situazioni in cui l'umanità si trova a vivere. Non certo per schierarsi con questa o quella delle due parti, e nemmeno per scegliere l'evasivo distacco di una neutralità pacifista ormai quasi impossibile; bensì piuttosto per introdurvi il contributo di esplicite e chiare voci di riflessione critica e positiva, che aiutino a trasfigurare la storia perché costituisca anche una "parabola" di un magistero più alto e più profondo, quello che viene donato e proposto alle coscienze sensibili ai valori umani.
L'intervista-testamento del teologo ecumenista
La riflessione che proponiamo in queste colonne è tratta dal volume <di Dio di tutti. Intervista e scritti inediti» (La Meridiana, pagine 196, euro 15,00) curato da Luciano Talarico e dedicato al pensiero del teologo ecumenista Luigi Sartori, recentemente scomparso. Il libro, oltre a raccogliere testi inediti di Sartori sullo spirito conciliare, contiene un'intervista originale, densa come un testamento, in cui il teologo affianca ai suoi temi essenziali la sua ultima, profetica provocazione: la conoscenza di Dio è sempre più grande dei nomi che gli diamo.
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Scritto da Paolo Lambrusche
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di Paolo Lambrusche, Avvenire 8 maggio 2007
Precursore degli studi sulle relazioni metropolitane nel mondo
globalizzato, pensatore polacco naturalizzato inglese Zygmunt Bauman
(che ha appena pubblicato per Laterza il saggio Modus vivendi, inferno
e utopia nel mondo liquido) verrà in Italia alla Fiera del libro di
Torino che apre i battenti giovedì per tenere un' attesa lectio
magistralis sui rapporti tra centro e periferia, sabato 12 maggio alle
15,30 dal curioso titolo “Le vespe di Panama".
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Scritto da Daniele Zappalą
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Da Parigi, Daniele Zappalà
Sfogliare la lista dei seminari universitari di Julia Kristeva, la
celebre semiologa e psicanalista di origine bulgara e francese
d'adozione, significa imbattersi, in un apparente paradosso.
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Scritto da Marc Augé
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di Marc Augé
Se il concetto di frontiera è «bon à penser» è perché si trova al cuore
dell'attività simbolica che dalla comparsa del linguaggio - riprendendo
Lévi Strauss - si è adoperata a dare significato all'universo, a dare
un senso al mondo per renderlo vivibile. Ebbene, questa attività in
buona parte è consistita nel contrapporre categorie diverse, quali
maschile e femminile, caldo e freddo, terra e cielo, secco e umido, per
simbolizzare lo spazio suddividendolo in compartimenti.
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Scritto da Daniele Zappalą
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Intervista al filosofo francese Jean-Luc Marion
Successore di Levinas e paul Ricoeur
di Daniele Zappalà
Avvenire, 5 maggio 2007
L'amore
è molto più che una passione o un affetto. In un certo senso, è molto
più di una conoscenza. È ciò che rende possibile la stessa conoscenza.
Chi lo sostiene è il filosofo francese Jean-Luc Marion, successore di
Emmanuel Lévinas alla Sorbona e di Paul Ricoeur all'Università di
Chicago. Il Fenomeno Erotico, appena tradotto in Italia per Cantagalli
(pp. 288, euro 18,50), ha già suscitato forti reazioni in Francia.
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Scritto da Luigi Sartori
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PER RICORDARE MONS. LUGI SARTORI
presidente emerito del'Associazione Teologi Italiani
morto il 2 maggio 2007
Sono due testi del 1977, vivi e luminosi.
Sono acqua di montagna.
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Scritto da gino
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Sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali
(Città del Vaticano 27.4-1.5.2007)
La prossima sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze
Sociali sarà dedicata allo studio di Carità e giustizia nelle relazioni
tra popoli e nazioni.
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Scritto da Juergen Molmann
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INNO ALLA VITA di Juergen Moltmann, da Avvenire, 29 aprile 2007
Che cosa avrà mai da dire sull'amore e su una vita da vivere in pienezza un teologo?
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